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Quando tornerò racconta di uno Stato assente e della Sindrome Italia

Quando tornerò è l’ultimo romanzo di Marco Balzano, pubblicato nel 2021 da Einaudi.
La storia è raccontata utilizzando tre voci: quelle di Manuel e Angelica, rispettivamente figlio minore e maggiore di Daniela, loro madre e ultimo narratore. Il tema che fa da collante è quello dell’immigrazione femminile dall’est Europa in Italia, per svolgere un lavoro di cura. Dietro a questo fenomeno sociale si delineano diversi scenari, uno su tutti lo stravolgimento delle vite delle donne che partono ma anche del resto della famiglia che resta.

Dalla Romania all’Italia, solo andata?

Una notte Daniela abbandona la Romania per raggiungere l’Italia e cercare un lavoro che possa aiutarla a migliorare la vita della sua famiglia. Lascia suo marito Filip, uno scansafatiche che passa le giornate sul divano a bere birra e i suoi figli: Angelica – appena maggiorenne – e Manuel, ora affacciatosi nell’adolescenza. Di Daniela rimane solo un biglietto, in cui scrive di aver trovato lavoro in Italia come badante e che invierà denaro ogni mese per garantire ai suoi cari una vita agiata e le scuole migliori.

Questo evento, per quanto dettato da buone ragioni, farà implodere la famiglia di Daniela.

Scappai una notte di febbraio. Da giorni, appena restavo in casa da sola, correvo a tirare fuori la valigia dall’armadio.

Quando tornerò, di Marco Balzano.

Le cose, infatti, non andranno come immaginato. Filip a un certo punto abbandonerà i figli e Angelica e Manuel resteranno da soli, con solo i nonni materni ad aiutarli. Angelica prova sentimenti contrastanti nei confronti di sua madre, la ritiene colpevole di aver mandato a frantumi la famiglia e di averle addossato delle responsabilità troppo grandi per una ragazza appena diciottenne; ma allo stesso tempo le è grata per averle permesso di frequentare l’università.

Manuel invece non ha mai compreso la decisione di Daniela di scappare nottetempo senza prima confrontarsi con lui e senza portarlo con sé. A causa della rabbia interiore, arriverà a mandare all’aria gli studi, prendendo strade poco rassicuranti.

Al telefono Manuel parla il meno possibile con sua madre e non perde occasione per ferirla, sentendosi compreso solo dal nonno materno col quale passerà molto tempo andando a pesca e curando l’orto. Ed è proprio quando l’unica figura in grado di capire Manuel morirà che quest’ultimo, sulle onde della disperazione, rinuncerà a qualsiasi cautela giungendo ad avere un brutto incidente con il motorino.

La copertina di Quando tornerò.

Daniela nel frattempo è in Italia, a svolgere un lavoro che non la gratifica, e a combattere con la sua coscienza, “readi aver abbandonato la famiglia: ricevuta la notizia di Manuel ritorna in Romania per stare accanto a suo figlio, ora in coma. Il senso di colpa, per non esserci stata quando Manuel aveva bisogno di lei, la porterà ad accamparsi in ospedale.
Ben oltre l’orario delle visite, per non lasciarlo mai da solo.

Migrazione al femminile 

Quando camminavano per mano restavo indietro a guardarli. Li amavo e li odiavo quei bambini. In fretta riuscirono a farmi sentire di nuovo madre, non puoi capire quanto ne avessi bisogno.

ivi, pag. 110

È una storia intensa che aspettava di essere raccontata”, si legge sulla fascetta del libro: in effetti è proprio così. In molti passaggi è difficile non provare una genuina commozione, soprattutto per l’assenza di veri buoni o cattivi. C’è una madre che farebbe di tutto per dare ai propri figli una vita migliore di quella che ha avuto lei, e ci sono i figli che provano rabbia per essere stati abbandonati. Le donne dell’Europa orientale che emigrano in Italia per ricoprire un lavoro di cura, d’altronde, sono tante.

In effetti, secondo gli ultimi dati dell’Osservatorio Domina sul lavoro domestico, l’87,6% dei lavoratori/e domestici/e (la fetta più grande sono colf e badanti) sono donne, e solo il 12,4 % sono uomini. Ancora, il 68,8 % sono stranieri/e (il 24,8% dalla Romania) a fronte del 31,2 % italiani/e.

Queste sono le cifre solo di chi è regolarmente registrato, ma c’è un sommerso terrificante: parliamo del 57% di lavoratori/e non tracciati perché irregolari.

Sai una cosa? Una volta Radu mi ha detto: se non capisci tua madre è perché lei ti ha permesso di diventare una donna diversa. 

ivi, pag. 171

La forte contraddizione di questo fenomeno è che queste donne lasciano i propri figli, mariti e genitori per prendersi cura di quelli degli altri: questa consapevolezza crea una vulnerabilità immensa sia nelle lavoratrici che nelle loro famiglie. C’è un passaggio, in Quando tornerò, dove Daniela svolge il lavoro di tata: non c’è giorno in cui non si senta in colpa per ogni minuto trascorso con i figli di due estranei e per ogni carezza riservata loro e non a Manuel e Angelica.

Vite sospese

Ho voluto raccontare la storia di una migrante dei giorni nostri, una donna che consente a quello come me di proseguire con i propri ritmi di vita senza grandi rinunce, affidando ad altri il peso della cura dei corpi e delle menti più fragili.

ivi, pag. 195

L’Italia ha un numero altissimo di lavoratrici domestiche, sintomo di un sistema di welfare poco funzionante: spesso tutte le incombenze della cura gravano sul nucleo familiare, e in particolare sulle donne che oltre al lavoro devono occuparsi di casa, figli, anziani, e via dicendo.
La carenza di servizi domiciliari e di risorse che possano essere d’aiuto conducono ad assumere badanti e collaboratrici domestiche, a volte anche senza contratto regolare, affinché si occupino di tenere casa pulita e prendersi cura dei propri cari.

La Sindrome Italia o il Mal d’Italia è il nome che due psichiatri ucraini hanno dato il nome per riconoscere il burnout che colpisce nello specifico le lavoratrici domestiche. Lo stress che queste donne vivono quotidianamente sul posto di lavoro e il senso di colpa per aver lasciato le proprie famiglie per prendersi cura di quelle degli altri ha conseguenze devastanti.

A chi arriva in Italia per fare la colf o la badante manca, infatti, un supporto psico-sociale, che sarebbe necessario: spesso lavorano tutto il giorno, anche la notte, in casa con anziani e malati. Vengono trattate come se non fossero umane ma dei robot.

In Quando tornerò, Daniela si sente svuotata, invecchiata e sull’orlo di un crollo di nervi: i suoi figli le parlano a malapena e non sa nemmeno che Manuel ha abbandonato la scuola. Il fatto curioso è che in Italia raramente si parla di questo argomento e in pochi sanno che addirittura esista una patologia con il nome della nostra nazione (il che non è motivo di fierezza, in effetti).

Tiziana Francesca Vaccaro, autrice del fumetto Sindrome Italia.

Nel 2021 la casa editrice Beccogiallo pubblica un fumetto dedicato a questo tema: Sindrome Italia. Storia delle nostre badanti di Tiziana Francesca Vaccaro con le illustrazioni di Elena Mistrello. Il fumetto è nato dallo spettacolo teatrale scritto dalla stessa autrice, incentrato sulla storia di una donna Rumena che ha vissuto la Sindrome Italia in prima persona.

Gli orfani bianchi

In Quando tornerò, Manuel fa i conti con la rabbia che prova per essere stato abbandonato prima da sua madre e poi da suo padre: si sente orfano e preda delle decisioni egoistiche degli adulti. Manuel è uno dei tanti orfani bianchi, ovvero i bambini rimasti soli perché entrambi i genitori sono all’estero.

In Romania ci sono delle comunità appositamente pensate per loro, quando i nonni, zii o fratelli più grandi non possono occuparsene; gli orfani bianchi sono l’altra faccia della medaglia del Mal d’Italia. Il trauma che vivono è causa, spesso, di abbandono scolastico, inserimento in giri malavitosi oppure suicidi.

Antonio Manzini, il famoso scrittore delle avventure del commissario Schiavone, ha dedicato un libro a questo tema: Orfani bianchi pubblicato per Chiarelettere. Racconta di una donna moldava che lascia il proprio paese e suo figlio per lavorare come badante in Italia; il figlio ha 12 anni e, quando la nonna muore, finisce in un orfanotrofio.

La copertina di Orfani Bianchi.

Un romanzo reale

Una storia prima di raccontarla bisogna saperla ascoltare: le parole di quelle donne, di quei bambini e di quei ragazzi sono il seme da cui è nato questo libro. Scriverlo è stato per me un tentativo di risarcimento.

ivi, pag. 197

I personaggi di Quando tornerò sono sviluppati con grande attenzione, soprattutto all’aspetto emotivo, quasi come se chi scrive avesse vissuto in prima persona ciò di cui parla. Nelle ultime pagine del libro l’autore spiega come mai abbia deciso di raccontare la storia di Daniela e come sia riuscito a rendere così reali i personaggi con tutto il loro bagaglio emotivo.

Balzano, per scrivere questo romanzo, si è affidato a chi è coinvolto in prima persona. Con Silvia Dumitrache, presidente dell’ADRI, (Associazione Donne Rumene in Italia), ha ascoltato le storie e visitato i luoghi in Romania dove sono ricoverate ex collaboratrici domestiche affette da Mal d’Italia, e le comunità che si occupano dei bambini rimasti orfani.

Quando tornerò è un romanzo scorrevole e appassionato che coinvolge il lettore e lo conduce a riflettere anche su questioni socio-politiche raramente trattate dai media seppur ci riguardino di vicino.

ER

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