Cinema

Di artisti totali e sanguinose disfatte: Nocturne (2020)

Lo sfondo narrativo su cui Zu Quirke impalca la drammaturgia di Nocturne (2020), suo primo lungometraggio, si costituisce come isola autosufficiente, sganciata dal macro-contesto che la contiene e indifferente a qualunque normatività che non sia la propria.

Nocturne: Jules (Sydney Sweeney) e Vi (Madison Iseman).
Fig. 1. Nocturne: Jules (Sydney Sweeney) e Vi (Madison Iseman).

In Nocturne, infatti, la Lindberg Academy funziona da pars pro toto dell’intero mondo della musica classica-autoreferenziale e storicamente consolidatosi intorno ad una serie di peculiari prassi e retoriche che lo alimentano e qualificano. Quello indagato dalla regista britannica è un mondo tutt’altro che accogliente o placido: il segmento delle arti performative, che fa qui da perno alla narrazione, si disvela anzi allo spettatore come un cosmo estenuante, a tratti finanche feroce. E ciò in ragione delle dinamiche che guidano accettazione, espulsione o permanenza di chi decida di dedicarvi anima e corpo.

Innanzitutto, se gli aspiranti musicisti sono costretti ad una competitività tossica: quest’ultima non è che il precipitato dell’imperante retorica dell’impegno e della dedizione come viae magistrae per la perfezione tecnico-espressiva. Nessuno nasconde ai discenti che queste due modalità di apprendimento, interiorizzate con costi psico-emotivi già proibitivi, siano una condizione necessaria, benché non sufficiente, per quanti – insegnanti di musica, musicisti da camera, accompagnatori – intendano abbandonare il terreno della medietà e lasciare invece una traccia duratura nel proprio dominio artistico. 

Per incrementare le chance di successo, tuttavia, il passo deve essere ulteriore: deve trascendere il mero investimento di tempo ed energie per approdare alla consacrazione totale alla propria arte, che il film recepisce in termini letterali, portando fino allo estreme conseguenze questo adagio.

[DISCLAIMER: la successiva parte del testo presenta importanti spoiler sulla trama di Nocturne]

È con questi presupposti che Jules (Sydney Sweeney), ingoiando ansiolitici fra un’esibizione e una lezione, forte del suo senso del dovere è divenuta, per dirla con le sue stesse parole, un’ “anomalia statistica”, privandosi di tutte le esperienze tipiche della propria età. Socialità, amore, attività ricreative: tutto immolato in nome di una bravura che continua a non ricevere riconoscimenti congrui all’impegno dedicato.

Succede, dopotutto. Lo chiarisce il discorso che, crudelmente, a tratti, affiora dall’ombra dell’insistenza retorica con cui si dipingono futuri di successo, edificati su distese di logoranti privazioni.

Il tema del doppio in Nocturne

Il costante sprone ad annullare ogni possibile distrazione, e a esercitarsi con costanza nella propria arte, entra talvolta in collisione con il mito romantico del genio innato. Nulla va lasciato al caso sul versante tecnico e non ci si aspetta niente di meno che la perfezione esecutiva con una infaticabile tensione al suo raggiungimento; salvo poi chiamare in causa l’insanabile mancanza di un certo quid spontaneo e naturale, la vera chiave in grado di schiudere le porte di un destino da artista di successo.

In Nocturne, questa dicotomia retorica, che affianca schizofrenicamente l’incitazione al costante perfezionamento tecnico e la rappresentazione del genio innato come unico depositario del talento necessario, si incarna nella coppia di gemelle eterozigote che intrecciano le fila della narrazione. Da una parte Jules, una pianista fragile e irresoluta, assorbita dal tentativo di raffinare la propria abilità e di accedere ad una carriera da concertista. Affidata ad un insegnante di seconda categoria che cerca di ridimensionarne le ambizioni, sin da bambina Jules si è votata alla propria arte, fino a rinunciare a qualunque altro tratto di sé. Alle soglie del diploma, senza un nuovo percorso accademico in cui inserirsi, Jules fatica a comprendere come, per ritagliarsi il proprio posto nel mondo della musica, non siano sufficienti le ore dedicate ai suoi esercizi al piano sin dalla prima infanzia, o l’instancabile passione che la avvicina alla musica.

Agli antipodi, Vi (Madison Iseman)spigliata e ben meno disciplinata, pianista capace di infondere alla propria esecuzione la forza di chi suona “come se il Diavolo fosse alla porta”, senza dar segni di fatica o stento. La naturalezza con cui Vi, futura studentessa della Juliard, continua ad eccellere funziona come costante memento per Jules di quel che le sta chiedendo la musica, senza alcun ritorno in termini di gratificazione personale o riconoscimenti esterni. Un’incarnazione dolorosa delle sue mancanze, una canzonatura perpetua per il legame di sangue che le unisce, lungo il proprio accidentato percorso d’artista.

Tutto ciò finché il crudele monito si fa intollerabile e Jules non sa più, non vuole più mettere a tacere il risentimento che nutre da anni verso la gemella. Così, per ottenere le qualità che la separano dall’affermazione sulla scena musicale, Jules si dimostra pronta persino ad affidarsi alle tentazioni di una forza oscura che, comprensiva e sollecita, traccia per lei una scorciatoia. Tale forza, infatti, sembra finalmente comprendere la frustrazione di essere sempre seconda – sin dalla nascita – di immolare se stessi sull’altare della propria arte, senza che sappiano fare la differenza né la devozione né la passione.

Fra specchi, luci ed ombre.

A fare uscire Jules dal cono d’ombra della sorella è non a caso la runa di un sole, che, schiantando la propria luce sulla palette altrimenti sempre fredda della fotografia, le fa appunto strada verso le tanto ambite luci della ribalta.

Ogni momento del rituale richiesto dall’entità maligna, dunque, passa attraverso un atto di rivalsa nei confronti di Vi: attraverso una sequenza di espropriazioni progressive con cui Jules conquista i meriti riconosciuti ingiustamente alla sorella. Vi è colpevole di aver privato Jules di una metà fondamentale del suo Sé e ciò fin dall’utero materno da cui Vi è uscita con un anticipo imperdonabile, in una prima e significativa dichiarazione di superiorità.

Dunque, l’affermazione di Jules come musicista a tutto tondo non può che giocarsi nel furto dei doni tributati immeritatamente alla gemella, sul cui viso compare significativamente, nel corso di una festa, proprio una metà della runa maledetta.

Nocturne: Jules al momento dell’Invocazione della forza soprannaturale.
Fig. 2. : Nocturne: Jules ( Sydney Sweeney ) al momento dell’Invocazione della forza soprannaturale.

Così, man mano che Jules riacquista quanto ingiustamente riconosciuto alla gemella e in coincidenza con i cinque momenti che scandiscono il rituale, la messa in scena ce la mostra allo specchio (Fig.2). Ovvero come se, grazie alla progressiva incorporazione del suo doppio mancante e delle sue qualità, finalmente si stesse approssimando ad una compiutezza personale che non necessita di alcuna integrazione.

Nocturne: Jules e Vi al loro ultimo scambio, a pochi minuti dal concerto che la prima ha sottratto alla seconda
Fig. 3. Nocturne: Jules ( Sydney Sweeney) e Vi (Madison Iseman) al loro ultimo scambio, a pochi minuti dal concerto che la prima ha sottratto alla seconda.

Una conferma a questa lettura sembra arrivare anche dalla composizione formale dell’ultimo incontro fra le due sorelle. Appena prima del concerto che Jules immagina destinato a rivoluzionare il suo futuro come pianista, Vi la raggiunge nel camerino. Il dialogo prende corpo in un quadro occupato in via dominante da Jules e dal suo riflesso, relegando Vi ad un estremo, in ombra: a differenza della sorella, Jules, incorniciata dalle luci che perimetrano lo specchio, è qui significativamente duplicata, come se in ultimo fosse riuscita a saturare da sola tutto lo spazio condiviso fino ad allora, fra invidie e sofferenze, con Vi (Fig. 3). 

Sono auguri velenosi quelli che quest’ultima porge alla sorella, indicandole – messaggera di un destino di perpetua medietà – una ad una le illusioni che gravitano intorno al supposto trionfo che attende Jules quella sera. Le parole di Vi finiscono per attecchire in Jules e quest’ultima vede franare sotto i propri piedi la convinzione di aver preso in mano il proprio destino e averlo definitivamente consacrato ad un futuro di successo.

Una tetra risoluzione.

Un attimo dopo, giunta sul palco, si lascia sopraffare e, in un’eco profetica di quello che aveva vissuto all’unico concerto solista mai assegnatole, si paralizza, con le dita a mezz’aria sul pianoforte. A nulla è servito incorporare il proprio Altro mancante, accondiscendendo alle oscure richiesta della runa luminosa; il rituale si chiude riportandola al grado zero del proprio percorso d’artista, infestato di insicurezze e mancanze insuperabili.

Se anche la promessa di un concerto di successo in cui sbocciare viene mantenuta solo in via allucinatoria, il Diavolo esige comunque che ne sia saldato il prezzo. Perciò Jules si lascia cadere dal tetto dell’accademia, schiantandosi su una scultura astratta. Nell’indifferenza degli studenti che le passano accanto, immaginando la propria apoteosi da pianista prodigio.

Col sorriso sulle labbra è diventata arte, nella maniera più estrema possibile.

EC

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