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Sintassi e prosodia nel linguaggio multimediale

Te lo giuro, le parole di quel film mi hanno aperto la mente.

Tizia a caso, parlando di un film a caso.

Partiamo da una verità: il citazionismo non è certo un’invenzione della modernità. Dall’alba dei tempi ci appropriamo di frasi non nostre, ma che lo diventano perché ci descrivono o, semplicemente, sono divertenti. Oppure per la loro capacità di risparmiarci la fatica del cercare, da soli, la risposta giusta.

È altrettanto noto, però (e giusto per rimanere in tema di verità rivelate), che la rete ha elevato all’ennesima potenza questo “costume”, generando orde impazzite di citatori seriali che spargono frasi di film e serie come riso ai matrimoni.

Volendo però andare a fondo, viene da chiedersi se si tratti veramente solo di un’abitudine o se sia tutta “colpa” del cervello e del suo modo di immagazzinare ed elaborare le parole.

La risposta potrebbe esserci fornita da un ramo della neuroscienza che si occupa delle basi neurologiche dell’organizzazione del linguaggio, e in particolare dallo studio condotto da Giulio Degano sulla sintassi e la prosodia.

Sintassi, prosodia e altre diavolerie neuroscientifiche

Si è parlato di prosodia, giusto?
Vogliamo capire di cosa si tratta prima di addentrarci nei meandri dello studio?

La prosodia è la parte “musicale” del linguaggio e contiene elementi come l’intonazione, l’inflessione della voce, la frequenza e le pause. Gioca un ruolo fondamentale nel lavoro di decodifica delle strutture sintattiche complesse e aiuta il cervello a semplificarle, fino a farle proprie. Tale fenomeno viene definito chunking (dall’inglese chunk, pezzo) e con esso si vuole intendere proprio il lavoro di frammentazione del cervello.

La campionatura alla base dello studio è senza dubbio interessante, ma tutt’altro che semplice. L’utilizzo di soli stimoli artificiali, infatti, renderebbe i dati troppo circostanziati e quindi non sufficienti ai fini di un’analisi completa. Tutto questo genera la necessità di sottoporre i candidati a stimoli inseriti in un contesto naturalistico, che simuli in tutto e per tutto la vita reale, e che possa quindi offrire una mappatura più completa.

Vi state chiedendo dove sia nascosto il collegamento tra queste parolone da laboratorio e l’universo della pellicola? È comprensibile.
L’idea dietro questo articolo è quella di analizzare da un altro punto di vista parti di dialogo e cercare di capire come il cervello le processi e le cataloghi.
E no, Focus non ha traslocato su Pop-Eye.

Strappare lungo i bordi: una cena a base di pizza stocazzo e prosodia

Zero Calcare

In barba a inutili corse nell’armadio per prendere la tutina da radical chic, bisogna ammettere che l’approdo di Zerocalcare sulla piattaforma Netflix è uno di quelli destinati ad entrare negli annali dello streaming.

La rete si è unita al grido di “s’annamo a pijà er gelato” e ha invaso gli algoritmi con articoli e meme di ogni genere. Poi si, bisogna sempre saper distinguere un buon lavoro (come quello della nostra Anna) da una pagina presa dalle cronache di Fuffopoli (momento pubblicità): ma in linea generale la sostanza non cambia. La serie del celeberrimo fumettista romano ha fatto illuminare i neuroni di molti, dando vita ad una sorta di Las Vegas per sinapsi in delirio.

Nel video linkato viene rappresentata una delle scene più intime e “rivelatrici” della serie. Volendo analizzare il dialogo sulla base di quanto detto sopra, noteremo come la semplicità delle strutture sintattiche viene affiancata a una prosodia decisamente luculliana. Il forte accento romano di Michele Rech è il tratto caratterizzante fondamentale della narrazione; ma esprime una romanità bella, lontana anni luce dagli stereotipi inculcati da certo cinemaccio natalizio. Una caratterizzazione così veritiera, però, rischia di essere valore aggiunto unicamente per chi abbia familiarità con l’accento capitolino; solo questo tipo di fruitore potrà davvero capire quanto di non detto ci sia in alcune espressioni, e quanto una sola parola come “impicci” possa racchiudere un mondo al suo interno.

Sherlock Holmes e il caso delle strutture sintattiche complesse

In questo episodio di Sherlock, come in tutti i casi di doppiaggio, è invece solo la voce del doppiatore a decidere se sottolineare la complessità delle strutture sintattiche o se rendere la vita facile al cervello, abbondando con la caratterizzazione del personaggio.

Sherlock Holmes e il Dottor Watson

Nel caso specifico, mentre è illuminata la struttura del dialogo, il lato prosidico viene completamente alterato e distorto dalla voce del doppiatore, che stride con la figura e i tratti significativi della recitazione del protagonista. Generando, quindi, inevitabili conseguenze nella resa del prodotto (ne parliamo approfonditamente qui).

La disparità tra sintassi e prosodia si annulla nella versione originale grazie alla recitazione dei protagonisti e di Benedict Cumberbatch su tutti. L’attore britannico infatti riesce a disinnescare la potenza delle parole e la particolarità dell’accento british con l’opulenza del suo linguaggio espressivo e tutte le piccole sfumature che fanno parte della sfera non verbale.

La scelta di dare importanza alla terminologia usata nella stesura dei dialoghi è una delle cifre stilistiche della serie, e la rende un prodotto potenzialmente di nicchia, non adatto al mero intrattenimento.

Voci che leggono libri

Se è possibile constatare l’effetto delle parole del cinema e della televisione sul cervello, è altrettanto fattibile osare ancora un po’ di più e toccare un fenomeno tornato alla ribalta da relativamente poco tempo.
Indovinato, stiamo parlando di audiolibri.

Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta:

la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere,

al terzo, contro i denti. Lo-li-ta.

Lolita di Vladimir Nabokov, 1955, Cap. I, edito in Italia da Mondadori e Adelphi.

Lo riconoscete? D’altronde è uno degli incipit più famosi della storia della letteratura, e poi c’è scritto sotto.
È così che inizia il celebre romanzo di Nabokov, Lolita, pubblicato nel 1955. Tutti gli appassionati di letteratura hanno una copia di questo libro, pubblicato in Italia da Mondadori nel 1959 e poi nel 1993 nella nuova versione di Adelphi. I più appassionati avranno la versione originale inglese o quella russa tradotta dall’autore stesso qualche anno più tardi. Nel 1962 esce l’adattamento cinematografico di Stanley Kubrick, a sua volta ripreso anche da Adrian Lyne nel 1997.

Locandina di Lolita, di Stanley Kubrick.

Bene: in questo panorama di nomi altisonanti viene da chiedersi se l’audiolibro di un romanzo di questo calibro saprebbe rendergli giustizia. E, ancora, se ascoltarlo ci emozionerebbe tanto quanto leggerlo.
Nel 2015 è stato pubblicato, da Emons, l’audiolibro di Lolita letto da Marco Baliani, nella traduzione di Giulia Arborio Mella per Adelphi. La risposta alle domande elencate poco sopra è semplice: anche nella forma audio, l’incipit di questo romanzo non perde la sua forza. Anzi, ne acquista ancora di più, se possibile. Appena Baliani inizia a leggere cresce una sensazione viscerale e diventa impossibile fermare l’audio o distrarsi; l’attenzione è tutta sulla voce e sulle parole che si susseguono, una dopo l’altra.

Audio-Libro o Libro-Libro?

I motivi che possono spingere un lettore ad avvicinarsi al mondo dell’audiolibro sono tanti: si possono portare ovunque e ascoltare mentre si è in macchina, quando si fanno le pulizie o durante una passeggiata. Tutte circostanze in cui leggere potrebbe risultare quantomeno scomodo, se non addirittura impossibile. Sono poi, in ultima analisi, un aiuto valido per chi soffre di disturbi dell’apprendimento e per chi impara una nuova lingua.

Eppure sentiamo spesso dire da qualcuno, ancora diffidente verso questo strumento, che il suo timore è quello di non concentrarsi, come se solo la parola sulla carta catturasse l’attenzione. Ascoltare un libro non è come ascoltare una canzone: non ci sono fonti di distrazione e, soprattutto, non diventa rumore bianco. Un audiolibro è pensato proprio per aiutare l’ascoltatore a restare concentrato: chi legge sono lettori esperti e preparati, spesso sono attori e a volte sono gli scrittori stessi. La voce dell’attore capita che susciti maggiore emozione rispetto alla lettura su carta. Insomma se ci si distrae ascoltando un audiolibro probabilmente è perché quel libro non piace e ci si distrarrebbe comunque, anche leggendolo in forma cartacea.

Emons è una casa editrice che pubblica soprattutto audiolibri: i lettori, proveniente dal cinema o dal teatro, scelti fanno dei provini. I prodotti si trovano sulle piattaforme di audiolibri più importanti, sul loro sito e hanno anche un’App.
Il Narratore è un’altra casa editrice che si occupa di audiolibri; tante altre hanno ampliato il loro catalogo offrendo anche la versione audio dei libri che pubblicano. A proposito di App citiamo anche le due piattaforme più importanti nel campo degli audiolibri: Storytel e Audible. Entrambe chiedono un abbonamento mensile di circa 10 euro, offrendo in cambio una vasta gamma di audiolibri tra cui scegliere. Solitamente è possibile per i nuovi scritti usufruire di un periodo di prova gratuito.

Tra i lettori, per fare un esempio, troviamo: Lino Guanciale, Francesco Montanari, Margherita Buy, Sonia Bergamasco, Sergio Rubini, Francesco Pannofino e tanti altri che leggono i libri di Leonardo Sciascia, Fernando Pessoa, Annie Ernaux, Pasolini, Primo Levi, Natalia Ginzburg e così via.

L’audiolibro di Lolita.

In tempi antichi la carta non c’era; e se c’era non tutti potevano permettersi di comprare dei libri per via dell’analfabetismo. Non esisteva nemmeno la televisione, i computer, telefoni e tablet che, con le loro immagini, hanno tolto spazio alla fantasia: quello che sfugge all’udito non sfugge agli occhi. Non è più così necessario prestare attenzione all’ascolto, tanto abbiamo supporti cartacei e visivi che posso completare la comprensione.

A questo punto sorge spontanea una domanda: ci siamo forse disabituati ad ascoltare? Possiamo ammettere con franchezza di non essere abituati all’ascolto o meglio, di non esserlo più. Prima le storie e i racconti venivano tramandati a voce e viaggiavano da epoche del passato fino ad arrivare ai giorni nostri; praticamente i nostri nonni sono stati pionieri di questa forma alternativa di arte. Le storie e leggende, che venivano raccontate oralmente attorno al fuoco e che hanno viaggiato attraverso le epoche fino a diventare parola scritta, oggi tornano racconto orale.
Le piattaforme di streaming dell’audiolibro sono i cantastorie dei giorni nostri.

ER e SL

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