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Videogiochi e cinema: un matrimonio riuscito?

I videogiochi sono certamente pensati con delle coordinate specifiche figlie del loro linguaggio. Eppure, spesso, si decide di ampliarne la diffusione realizzando degli adattamenti – perlopiù cinematografici – per fornire ai fan (e non), maggiori informazioni sul background di alcuni personaggi, ulteriori specificazioni del worldbuilding, e anche per implementare il filone narrativo principale, aggiungendo nuove ramificazioni. In altri termini: il travaso dei videogiochi nel cinema è ormai realtà, e da un pezzo.

Non tutti questi adattamenti sono, però, apprezzati dai loro fruitori.
È molto raro che un lungometraggio tratto da una saga di videogiochi riesca a convincere la maggioranza dei suoi fruitori.
D’altronde quello cinematografico è un medium estremamente diverso: banalmente, non è possibile guidare le scelte dei personaggi. Per esempio non esiste alcuna interruzione della “main quest” per spostarsi sulle secondarie e nemmeno è pensabile il game over.

Nonostante ciò, sarebbe irrealistico sostenere che tutti gli adattamenti siano dei flop e, infatti, alcuni sono comunque positivamente recensiti da un pubblico di cui, però, non si conosce esattamente la composizione.
Quanti di questi sono prima giocatori e poi spettatori? E quanti, attratti dalla nomea del videogioco, poi se ne interessano e ne diventano appassionati?

Ma proseguiamo pian piano con una selezione – variopinta – di titoli.

Assassin’s Creed, 2016

Il regista australiano Justin Kurzel porta sul grande schermo, nel 2016, l’adattamento cinematografico di una delle più longeve saghe videoludiche di Ubisoft: quella di Assassin’s Creed.

Nata nel 2007, rappresenta certamente un universo in continua espansione, simbolo della narrazione transmediale.
Non sono presenti, infatti, solo capitoli principali – da Assassin’s Creed (2007) a Assassin’s Creed: Valhalla (2020) – sulle diverse piattaforme, ma anche vari spin-off che possono essere sempre dei videogiochi – da Assassin’s Creed: Altaïr’s Chronicles (2008) a Assassin’s Creed: Chronicles (2016) – ma anche romanzi e fumetti.

Locandina del film diretto da Justin Kurzel.

Il lungometraggio vede Michael Fassbender nelle vesti di Callum Lynch/Aguilar de Nerha, un personaggio originale non presente nel franchise videoludico.

Accanto a lui vi sono Marion Cotillard che interpreta la scienziata Sophia Rikkin che supervisiona il progetto Animus, Jeremy Irons che porta sul grande schermo l’AD dell’Abstergo Alan Rikkin, mentre Javier Gutiérrez Álvarez impersona l’inquisitore spagnolo Tomás de Torquemada.

Nonostante il cast d’eccezione e le altissime aspettative, il film è stato stroncato dalla critica e pochissimi sono gli appassionati che ne conservano un bel ricordo. Gli effetti speciali non riescono a supplire la complessità di una trama che risulta ripetitiva e sempre più inconsistente a mano a mano che i minuti proseguono sullo schermo.

Apprezzabili rimangono comunque i numerosi collegamenti alla saga videoludica.
Vengono infatti introdotti personaggi giocabili in altri titoli del franchise come Lin una discendente di Shao Jun, vissuta nel XVI secolo e protagonista di Assassin’s Creed: Chronicles: China, Emir un successore di Yusuf Tazim, che appare in Assassin’s Creed: Revelations, e Nathan un erede di Duncan Walpole, uno dei personaggi secondari in Assassin’s Creed IV: Black Flag.

I volti dei vari Assassini della saga videoludica.

Nel primo showcase Ubisoft Forward dello scorso settembre 2022, si fa riferimento, tra le altre cose, a una serie live-action in collaborazione con la piattaforma di streaming Netflix.
Che sia un modo per riscattare la pessima reputazione che possiede il lungometraggio del 2016?

Uncharted, 2022

La trasposizione della saga di videogiochi Uncharted, sviluppata da Naughty Dog a partire dal 2007, risulta esserne la naturale conseguenza.
Infatti ogni fruitore che abbia vestito i panni del protagonista Nathan Drake ha spesso visto l’avventura inframmezzata da porzioni – più o meno lunghe – di video, sia esplicativi che riassuntivi e che, in alcuni casi, consistono in veri e propri flashbacks.

I quattro titoli della serie – Uncharted: Drake’s Fortune (2007), Uncharted 2: Il covo dei ladri (2009), Uncharted 3: L’inganno di Drake (2011) e Uncharted 4: Fine di un ladro (2016) – sono accompagnati da due spin-off.

Il primo Uncharted: L’abisso d’oro (2011) ci mostra il medesimo protagonista in una missione prequel sull’Isola di Panama; mentre Uncharted: L’eredità perduta (2017) introduce Chloe Frazer alle prese con il perduto tesoro della Zanna di Ganesha in India.

Diretto da Ruben Fleischer, il film uscito l’anno scorso vede un Nathan Drake, interpretato da Tom Holland, alle prese con la sua prima missione da cacciatore di tesori.
Lo accompagnano Victor “Sully” Sullivan, con Mark Wahlberg che ne veste i panni, e Chloe Frazer, portata sul grande schermo da Sophia Taylor Ali.

Poster promozionale del film con protagonisti Tom Holland e Mark Wahlberg.

Antonio Banderas invece è l’avido Santiago Moncada che, con l’aiuto di un’altra ladra Jo Braddock, impersonata daTati Gabrielle, cerca di impossessarsi del tesoro del navigatore ed esploratore portoghese Magellano.

Azione, adrenalina, colpi di scena, momenti al cardiopalma sono elementi che, grazie a degli effetti speciali ben architettati e capaci di non sovrapporsi alla narrazione, rendono il film molto godibile dal punto di vista estetico. Il tutto è rafforzato da una fotografia curata nei minimi dettagli e dai costumi che strizzano l’occhio a quelli presenti nei giochi originali.

Copertina della raccolta di tutti i titoli della saga Uncharted.

Parliamo quindi di prodotto ben fatto, che sa intrattenere quasi al pari dell’esperienza di gioco.
Ovviamente durante la visione, che rimane un’attività prettamente passiva, manca sempre il coinvolgimento in prima persona che si ha tenendo in mano il proprio joystick.
In titoli molto densi, il giocatore può infatti immergersi quasi totalmente e vivere, così, un’esperienza con un grado di coinvolgimento differente.

Ciò non toglie che sia stato molto gradito sia dagli appassionati che dai neofiti; forse, proprio grazie alla gratificazione visiva che consegue alla sua visione, in molti si avvicineranno alla saga di Naughty Dog.

Rabbits, 2017

Un esempio sui generis degno di essere menzionato è quello di Rabbits, il quale nasce dalla mente di Terry Miles nel 2017 come podcast e che, nel 2021, è stato trasportato su carta stampata.

Icona del podcast ideato da Terry Miles.

Rabbits è un gioco nel gioco. Un surreale, mortalmente pericoloso e inquietante techno-thriller in cui K è il protagonista.
Proprio di K il lettore che legge in lingua originale non ne conoscerà mai il genere, data la mancanza di qualsiasi pronome “she” o “he”; al contrario, nella traduzione italiana è stato usato il femminile e il maschile contemporaneamente, in modo un po’ arbitrario.

Ogni sessione di gioco (quella in cui gioca K è la IX iterazione) si avvia con questa affermazione,

The Door Is Open

Terry Miles, Rabbits, chapter 2.

e non si conclude finché non rimane solo un giocatore/una giocatrice che in questo modo può vincere l’iterazione, ed essere così inserito/a – sotto pseudonimo – in The Circle, la mitica lista dei trionfanti sopravvissuti. Tutto ciò va avanti dal 1959.

Il fruitore deve rintracciare tutta una serie di collegamenti tra la realtà fittizia del gioco e quella reale in cui si muove: ciò mette a repentaglio la sua vita in ogni modo possibile.
K e l’amica Chloe si coalizzano e, insieme, diventano oggetto di tantissime situazioni pericolose che aumentano l’ansia e l’adrenalina che si scatenano nel lettore durante la lettura.

Al gioco si accompagnano numerose citazioni di libri, fumetti, serie tv, film e videogiochi cult dagli anni Ottanta in poi: Casa di foglie di Mark Z. Danielewski, L’arcobaleno della gravità di Thomas Pynchion, Guida galattica per autostoppisti di Douglas Adams, Sandman di Neil Gaiman, Tenspeed and brown shoe (1980), Jurassic Park (1993), Donnie Darko (2001), Dungeon & Dragons, Robotron: 2084, Polybius e The legend of Zelda, solo per dirne alcuni.

Un vero e proprio richiamo per i nerd di ogni genere che, sotto sotto, arrivano quasi a sperare che questo augmented reality game sia reale a tutti gli effetti. In fondo tutto ciò che si chiede è:

End the game, save the world

Terry Miles, Rabbits, chapter 28.

Pokémon: Detective Pikachu, 2019

La famosissima serie videoludica, ideata nel 1996 da Satoshi Tajiri, non è nuova agli adattamenti cinematografici: fino al 2019, però, venivano realizzati tramite dei lungometraggi animati.
Detective Pikachu è infatti il primo live-action del franchise dei Pocket Monsters.

I numerosi videogiochi Pokémon, sin dai capostipiti – commercializzati in Giappone dal 1996 – Pokémon versione Rossa, versione Verde e versione Blu, poi distribuiti nel resto del mondo a partire dal 1998, hanno avuto un successo globale immenso che ha poi portato alla realizzazione dell’omonima serie anime, tutt’ora in produzione, andata in onda per la prima volta già nel 1997.

Locandina del film in cui il più famoso topo elettrico è interpretato da Ryan Reynolds.

Una serie di videogiochi che è ben lontana dall’essere vicina al suo completamento. Nonostante non manchino le recensioni poco entusiaste dei nuovi titoli – come Pokémon Arceus, uno dei primi open-world della saga – è, infatti, innegabile che il fandom è ancora interessato in modo massiccio alla produzione di nuovi capitoli.

Numerosi i nomi famosi che partecipano al film diretto da Rob Letterman: Ryan Reynolds è Pikachu, Justice Smith veste i panni di Tim Goodman, Ken Watanabe interpreta il detective Hideo Yoshida, Bill Nighy riveste il ruolo di Howard Clifford e Kathryn Newton porta in scena Lucy Stevens.

Non mancano ovviamente alcuni degli elementi cardine del franchise: i famosi mostriciattoli come Magikarp, Charizard, Psyduck, Torterra, Jigglypuff, Mr. Mime, Greninja (solo per citarne alcuni). Ma anche le lotte, le Pokéball, misteriosi esperimenti, il viaggio verso l’avventura e il rapporto tra l’allenatore e il suo Pokémon prediletto.

Pikachu nella versione videoludica di Pokémon Giallo.

Gli effetti speciali sono ben realizzati e, in alcune scene (specialmente all’inizio), nonostante il mistero che contraddistingue la storia, si strizza l’occhio ai giocatori: più specificamente, si assiste sia alla cattura dei Pokémon nel mondo reale, sia vediamo all’integrazione di questi ultimi con la società umana in cui sono inseriti. Un vero sogno a occhi aperti per i videogiocatori di tutte le età.

Scott Pilgrim vs the world, 2010

Ultimo, ma non per questo meno importante, è l’adattamento cinematografico di Scott Pilgrim vs the world, pubblicata dal 2004 al 2010, a opera di Bryan Lee O’Malley che vede protagonista lo sfigato – sia in amore che nella vita – Scott Pilgrim.

Interpretato da Michael Cera, assistiamo alla ricerca dell’amore del protagonista. Dopo averlo trovato nella persona di Ramona Flowers – interpretata da Mary Elizabeth Winstead – dovrà pur mantenerlo e, per farlo, si ritroverà a combattere, come in Mortal Kombat oTekken, contro una serie pressoché infinita di ex malvagi.

Matthew Patel, impersonato da Satya Bhabha è il primo ex malvagio, dopo di lui: Chris Evans interpreta Lucas Lee, Brandon Routh come Todd Ingram, Mae Withman nei panni di Roxy Richter, Shota Saito e Keita Saito con il ruolo dei gemelli Katayagi Kyle e Ken. Infine, Jason Schwartzman porta sullo schermo l’ultimo ex di Ramona: Gideon Graves.

La regia di Edgar Wright riesce a coniugarsi in modo magistrale con gli effetti speciali retrò che riportano alla mente gli amatissimi giochi arcade in 2D, facendo riferimento alla modalità di gioco dei picchiaduro già citati e che ancora appassionano una grossa fetta di pubblico.

Copertina del gioco disponibile su varie consolles.

In questo caso, però, la situazione si ribalta poiché il videogioco, prodotto da Ubisoft, è stato distribuito dopo il lungometraggio cinematografico, nell’agosto del 2010, proprio per cavalcare l’onda del suo successo.

Un arcade bidimensionale, il titolo permette di usare il personaggio che più si preferisce per unirsi a un team con altri due NPC (non playable characters) e sconfiggere la lega dei malvagi ex, ripercorrendo quindi – quasi pedissequamente – la trama del film.

Sebbene spesso alcuni adattamenti cinematografici siano delle delusioni, è innegabile che il potere del fandom a cui appartengono (e gli interessi economici e di ritorno mediatico che ci sono dietro) li renda un prodotto di successo; se non necessariamente nelle recensioni positive, almeno nella mole di biglietti strappati nei cinema di tutto il mondo.

La loro criticità di base, il non essere paragonabili in toto all’esperienza videoludica date le differenze insormontabili tra i due mezzi, rimane in ogni caso, essendo impossibile replicare la soggettività dei fruitori.

Ciò non toglie che i lungometraggi abbiano un appeal immenso semplicemente per far rivivere, anche se non in modo totalizzante, l’esperienza di un videogioco già giocato – e amato – in precedenza.

Spesso infatti, dopo la distribuzione e la visione, i fruitori vengono stimolati a reimmergersi – o a farlo per la prima volta – nell’esperienza di gioco. Paradossalmente, l’esperienza cinematografica risulta arricchita proprio dalla componente visiva, a volte persino migliore del titolo da cui traggono ispirazione.

ES