Fumetti

Areyo Hoshikuzu, di Sansuke Yamada

Nel triste dopoguerra giapponese si trova un’umanità a metà strada tra uomo e mostro. Tra commediante e sopravvissuto. Tra l’affamato e il malato. Tra mercato nero e bettola affogata d’alcol.

Sansuke Yamada, l’autore di Areyo Hoshikuzu, utilizzando la sua personale macchina del tempo ci trasporta indietro di qualche decina di anni, nella periferia di una Tokyo distrutta e irritata dalla ingombrante presenza di occupazione statunitense.

La copertina del terzo tankōbon

Tra la terra bruciata e il vuoto creato dalle bombe sulla stessa, i cittadini giapponesi, come spettri, assistono quasi con indifferenza al ritorno in patria dei reduci. Straccioni, affamati, persi in un paesaggio ormai difficile da riconoscere. Sporcati dall’onta di non essere morti per la patria, per la guerra, per la gloria dell’Impero.

Tra questi, il corpulento Kuroda, unico sopravvissuto della sua compagnia e dunque già colpevole, si trascina in uno stato deplorevole tra le strade della capitale. Kuroda approda in una città ai suoi occhi sconosciuta in cui in un caso del tutto fortuito – come solo nelle vecchie storie di guerra può capitare – incontra il suo vecchio capitano di compagnia Kawashima. È così che, tra una bevuta e una rissa, tra Kuroda e Kawashima nasce un’amicizia incredibilmente sfaccettata. In tempi tristi, del resto, l’essere umano tende ad essere del tutto autentico. La casa editrice Kadokawa Shoten interpreta il rapporto tra i due uomini come una «bromance tra le rovine di Tokyo».

Difficile sorprendersi, in quanto è l’autore stesso ad aver assorbito temi e problematiche del rapporto che può intercorrere tra uomini avendo lavorato per anni a pubblicazioni di genere yaoi (gay manga o gei komi), dunque incentrate sul rapporto sentimentale o sessuale tra due uomini. Nonostante il rapporto tra i due uomini non sia di tipo omosessuale, il sesso è comunque presente in ogni sfumatura del manga di Sansuke Yamada. Già dalle prime pagine infatti, Kuroda comincia un sesso grottesco e disperato. Bestiale per certi versi, venendo da un personaggio dalla figura corpulenta come lo era la gente di campagna dell’epoca. L’autore stesso insiste sulla volontà, nel disegnare i personaggi, di opporre un uomo dalle fattezze piacevoli e ben fatte, ad uno quasi caricaturale di un giovane di campagna, grosso, tozzo e forte.

Il Giappone ha perso la guerra, ma Kuroda non si è arreso.

Areyo Hoshikuzu è un manga appassionato e disperato nel senso più romantico possibile dei due termini. Lo è come una serie di fotografie di tutto ciò che di più misero e, nonostante tutto, bello – addirittura genuinamente primordiale e autentico – ci può essere nella condizione umana; lo è ancor di più nel tratto e nello stile delle sue vignette, come nelle vite dei suoi personaggi, dimostrando in tal modo una rara dose di coerenza e sapienza. Doti che tornano soprattutto nella fedeltà storica riposta nella narrazione silenziosa di usi e costumi del tempo, nella descrizione precisa delle uniformi, del modo di esprimersi dei personaggi e in quello di pensare, coerente con l’epoca. Ma, soprattutto, nella volontà manifesta di non nascondere i numerosi crimini di guerra commessi dall’Impero nel Pacifico e i difetti storici di una società così ferocemente attaccata alla propria identità nazionale da voler sottomettere le altre. A solo titolo di esempio, la donna giapponese del dopoguerra non è più la geisha dimessa che serve il the sorridente, ma piuttosto un animale da strada costretto a prostituirsi per sopravvivere, che muta il furbo sorriso in sconquassato berciare.

Sansuke Yamada non ci nasconde davvero niente di questa regressione eclatante che riguarda la civilizzazione del paese del Sol Levante. Non per niente il periodo di riferimento, quello del dopoguerra, rimane un periodo poco sfruttato dagli autori nella produzione culturale giapponese. Probabilmente vittima di poca considerazione anche, o soprattutto, a causa di una sorta di tabù auto-imposto in seno alla benpensante società nipponica. 

Kuroda e Kawashima

Areyo Hoshikuzu è un manga che ha un flusso copioso di parole, di movimenti, di balloon che pesano sulle tavole e si impongono per dimensione e numero. Una caratteristica che va al di fuori di qualsiasi stilema giapponese ricorrente nei manga. Anzi si avvicina pericolosamente al fumetto europeo, facendo l’occhiolino a certa bande dessinée di Jacques Tardi (Moi, René Tardi, prisonnier de guerre au Stalag II-B, 2012 – Putain de guerre !, 2008) in cui non è raro vedere la bulle (la nuvoletta) che si sostituisce quasi interamente al cielo di una vignetta.

Areyo Hoshikuzu è anche una sorta di espiazione romanzata della guerra di cui, peraltro, ne è imbevuta la grandissima parte dell’arte giapponese. Da Godzilla a Final Fantasy, passando per Shingeki no Kyojin, tutto è immerso in una sorta di trauma sociale che pervade l’intera memoria storica giapponese. Un trauma dell’emergenza e della catastrofe che risiede anche nell’ambigua concezione del ricordo storico, dell’eroismo, dell’onore, della fascinazione per l’Impero. Sono davvero innumerevoli i temi toccati dall’autore all’interno dei sette volumi che ne compongono la storia: il problematico ritorno dal fronte del reduce, l’amicizia intensissima tra due uomini in una società incredibilmente rigida e stratificata, la guerra e l’elaborazione del lutto nazionale dovuto alla perdita della stessa,  gli stravolgimenti sociali ed economici dell’epoca.

Insomma, si condensano in poco più di mille pagine, interi anni di vita vissuta in uno dei momenti più difficili della Storia. Areyo Hoshikuzu è un manga che con intelligenza mostra un poco alla volta il lato tragico e il suo risvolto in forma di commedia delle vicissitudini della vita, con un preciso sguardo storico.

VV

* Areyo Hoshikuzu è un manga di Sansuke Yamada, apparso dapprima sulla rivista seinen giapponese Comic Beam dal 2013 al 2018 e in seguito serializzato in 7 tankōbon da Kadokawa Shoten. Ha vinto diversi premi, tra cui il Tezuka Osamu Cultural Price nel 2019. In Francia è edito da Casterman con il titolo Sengo, anch’esso in 7 tankōbon. In Italia non è ancora stato pubblicato.

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