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Spider-Man: Blue è un sassofono nella notte

La cosiddetta “blue note” è uno dei tanti regali al mondo da parte della cultura afroamericana. L’intuito, stavolta, non inganna: si parla di musica, e il collegamento tra la blue note e il genere blues è corretto. To feel blue, dicevano i primi schiavi nelle piantagioni di cotone: sentirsi triste. Quel grido melodico di dolore si è propagato nel corso dei decenni, arrivando poi a una traduzione da parte degli strumenti musicali non temperati.

Un’umanità abituata a pensare in bianco e nero o, per meglio dire, in maggiore e minore, si è trovata improvvisamente investita da una sfumatura sonora. Una sfumatura malinconica, nostalgica; una vena amara tra il rimorso e il rimpianto.
Ed è esattamente di questi sentimenti che è intrisa la miniserie di Jeph Loeb e Tim Sale, Spider-Man Blue (2002).

D’altro canto, chiedendo direttamente a Peter Parker, lui stesso ci risponderebbe che:

Quando cerco una parola per descrivere come mi sento più o meno in questo periodo dell’anno…la più adatta è malinconico. Come dicono nelle canzoni jazz, mi sento “blue”. Provo quella tristezza…tipica del blues, appunto.

Spider-Man Blue, Capitolo 6, All of Me, aprile 2003.

Facciamo un passo indietro. I due autori, Loeb e Sale, compongono un magnifico duo fumettistico, uno di quelli famosi. Sono ricordati soprattutto per i tantissimi lavori DC e Marvel Comics, quali Batman: Il Lungo Halloween e Vittoria Oscura (dal 1996 al 2000), Catwoman: Vacanze Romane (2004), Superman: Stagioni (1998), Hulk: Grigio (2003), Devil: Giallo (2002) e Capitan America: Bianco (2008). Queste opere rappresentano probabilmente l’apice della loro produzione; le ultime tre citate formano una vera e propria tetralogia dei colori, insieme al “nostro” Spider-Man Blue. 

Gli altri volumi che compongono la tetralogia dei colori di Loeb e Sale.

Il tocco deciso, evocativo e lievemente stilizzato di Sale si sposa perfettamente con i testi delicati ed equilibrati di Loeb1, generando un gioco di contrapposizioni che riesce sempre ad ammaliare. Un’altra peculiarità della coppia è quella di costruire degli instant classic: delle opere che, per la loro capacità di guardare al passato rendendolo immediatamente fruibile ai lettori del presente, sono in grado di cristallizzarsi immediatamente nel tempo. Cogliendo l’anima del personaggio.

Per questo motivo, forse non esiste uno starting point migliore di Spider-Man: Blue per chi voglia approcciarsi per la prima volta all’arrampicamuri. Attraverso l’escamotage del ricordo, Loeb e Sale ripercorrono un momento chiave della storia dell’Uomo Ragno che il nuovo lettore deve conoscere, e cioè il rapporto tra Peter Parker e la defunta Gwen Stacy2. Eppure, in queste poche pagine sono riassunte tutte le caratteristiche peculiari del tessiragnatele: il gigantesco altruismo, l’incredibile senso di responsabilità, l’amore per i cari, l’eroismo più puro e disinteressato. Ed è altresì presente il cast che, storicamente, si accompagna a Spider-Man, da Mary Jane Watson e Zia May a scendere.

In Spider-Man: Blue la famosa morte di Gwen non è mai mostrata esplicitamente. Loeb e Sale preferiscono concentrarsi su ricordi felici.

Spider-Man: Blue è la descrizione di un attimo, appositamente collocato in un periodo a cavallo tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, pressoché corrispondente al tempo editoriale precedente la morte di Gwen Stacy. Un attimo forse irripetibile per l’ingenuità della vita, prima del trauma. Un racconto di formazione fornito in prima persona da chi l’ha vissuto, l’ultimo minuto prima dell’oscurità.
Un fumetto che, implicitamente, richiama pure il pendolo creativo tra lo Spider-Man di Steve Ditko e quello di John Romita. 

Due storie a soli venticinque cent…

Analizzando Spider-Man: Blue attraverso alcune delle categorie narratologiche forniteci da Gérard Genette in Figure (1966-1972, edito in Italia da Einaudi), potremmo definire come caratterizzanti la voce narrante autodiegetica e l’uso estensivo dell’analessi (o flashback, in inglese).

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In effetti, questo tipo di struttura accompagna ogni miniserie della tetralogia dei colori. Sia Bruce Banner che Steve Rogers e Matt Murdock si trovano in un presente lontano, distante dai ricordi che decidono di riportare alla luce tramite un innesco specifico, di volta in volta diverso.
Spider-Man: Blue, come detto, non differisce: Peter Parker è sia il protagonista che il narratore. Racconta il periodo a cavallo tra la sconfitta momentanea di Norman Osborn e l’inizio della relazione con Gwen Stacy, la cui scomparsa segnerà per sempre l’eroe, rappresentando il vero punto di svolta emotivo del suo percorso in calzamaglia.

A Gwen, Peter dedica un messaggio registrato su di un mangianastri. Lo fa nel giorno di San Valentino, un giorno blue. Una dichiarazione di infinita tristezza e di sconfinato amore. Jeph Loeb non mostra mai la caduta dal ponte della bionda fidanzata del ragnetto, con tanto di terribilesnap!” al collo, né il combattimento precedente con il Goblin. In effetti, non centra nemmeno il suo obiettivo sulla relazione in quanto tale, che si limita a tratteggiare indefinitamente: non è quello specifico momento che l’autore vuole mettere in risalto, ma l’insostenibile leggerezza precedente. D’altronde, ricordare un caro significa rivivere soprattutto i momenti belli, che si scontrano con l’assenza del presente: e il sapore di ciò che poteva essere, ma non è stato, genera malinconia nel lettore, oltre che nell’eroe.

Libertà.

La registrazione per Gwen si trasforma, visivamente, in un flashback spalmato lungo sei capitoli, ognuno con il titolo di un famoso standard jazz: My Funny Valentine (Rodgers e Hart, 1937), Let’s Fall in Love (Arlen e Koehler, 1933), Anything Goes (Porter, 1934), Autumn in New York (Duke, 1934), If I Had You (Irving King e Shapiro, 1928) e All of Me (Marks e Simons, 1931). Sullo sfondo della relazione tra Gwen e Peter troviamo un’esile carrellata di villain, che richiamano l’epoca d’oro del ragnetto. Kraven il Cacciatore, Avvoltoio, Rhino, Lizard. 

Loeb e Sale, con lo scopo di menare un po’ le mani e descrivere il rapporto tra il timido Peter Parker e l’estroverso Spider-Man, si dimostrano ancora una volta capaci di gestire un gran numero di nemici, ognuno ben caratterizzato nonostante il relativamente poco screen-time concesso. Sono raffigurati nella loro forma archetipica, venendone ribadite le caratteristiche psicologiche e individuando le strategie che utilizzano per mettere in crisi l’Uomo Ragno. In Spider Man: Blue esiste un lavoro certosino di riedizione del fumetto classico, rassomigliando in alcuni passaggi a un’operazione di quasi remasterizzazione dello stesso; una struttura che facilita la lettura del contemporaneo, muovendosi tra omaggio e rielaborazione.

Tim Sale si destreggia tra Romita e Ditko.

Anche dal punto di vista grafico, l’omaggio è sicuramente uno degli elementi portanti del lavoro di Sale. Il conflitto tra lo Spider-Man di Ditko e quello di Romita, già suggerito in apertura di articolo, è modulato con una continua oscillazione tra i due stili. Nonostante il disegnatore rimanga comunque distinguibile con il suo tratto deciso e pop, è indubitabile che abbia adottato un modello misto: in una vignetta troviamo l’arrampicamuri con le classiche ragnatele ascellari, in un’altra è invece dipinto nelle pose plastiche di Romita, con un tono della calzamaglia più chiaro. In effetti, anche la storia è collocata proprio nel momento di passaggio tra i due disegnatori, con un Peter Parker che diventa gradualmente più aperto e accettato dai suoi coetanei. Tutto è perfettamente coerente, in un gioco continuo di rimandi alla storia editoriale.

Tim Sale fa muovere i suoi personaggi, su suggerimento di Jeph Loeb, in una New York anni Sessanta che sembra uscita direttamente da Colazione da Tiffany (Edwards, 1961). Sono presenti innumerevoli chicche ed easter eggs: dal poster di 2001: Odissea nello Spazio (Kubrick, 1968)3 fino all’Honda Super Hawk CB 77 che Peter acquista grazie ai risparmi di Zia May, e che usa per sfrecciare insieme a Gwen in un pomeriggio d’autunno (vd. sopra).

La Gwen di John Romita (in alto), di Tim Sale (in basso a sinistra) e Sharon Tate (in basso a destra) ballano.

Allo stesso modo risulta iconica la vignetta in cui Gwen balla nell’appartamento di Harry Osborn, disegnata originariamente da John Romita e omaggiata da Tim Sale. In quella danza, così piena di ardore giovanile e spensieratezza poco prima della fine, l’accostamento non può essere fatto che con Sharon Tate. Solo pochi anni prima della fittizia Stacy, la giovane compagna di Polanski aveva trovato la morte per mano di alcuni elementi della Manson Family: degli psicopatici reali e non su carta come Osborn. E non è un caso che Quentin Tarantino, nel suo C’era una volta a Hollywood (2019) l’abbia immaginata muoversi a ritmo di musica in maniera sognante.

A proposito di colori, il lavoro di Steve Buccellato è altrettanto encomiabile. La scelta di presentare il racconto come una matrioska – quanto accaduto ieri è narrato oggi – è cromaticamente confermata dall’utilizzo di nostalgici toni pastello nel passato e di malinconiche gradazioni di blu nel presente. In quest’ultimo periodo, gli unici elementi che non risultano desaturati sono proprio quelli riguardanti Gwen: la rosa sul ponte di Brooklyn dove la ragazza ha incontrato la morte, le foto con Peter. Il ricordo è vivido, nonostante la disperazione: il racconto si fonde con il disegno, generando una risposta emotiva nel lettore.

Colori nel blu.

…e due dame per un solo cavaliere

Spider-Man: Blue ripresenta anche il triangolo, tipico dell’era Romita, tra Gwen Stacy, Mary Jane Watson e Peter Parker. Lo fa rispettando i crismi del tempo, oggi certamente non più proponibili. Le giovani sono raffigurate come meravigliose pin-up che tentano, usando le armi della seduzione, di accaparrarsi il cuore dell’eroe, ora principe e non più ranocchio. E a cui spetta la decisione finale tra le due, che nel frattempo s’azzuffano cercando di cooptarlo (un po’ come l’esercito con Flash).

Gwen, non credo che Mary Jane Watson avrebbe potuto avere una relazione seria con me se non si fosse resa conto di quanto avevamo perso ora che non c’eri più.

ivi.

Pur essendo stato scritto in un periodo, l’inizio dei Duemila, in cui il discorso sulla raffigurazione femminile nel fumetto supereroistico iniziava appena a prendere piede, Spider-Man: Blue sembra però affiancare al rispetto degli schemi degli anni Sessanta una rinnovata consapevolezza, e lo dimostra nella parte conclusiva della storia. D’altronde, il lavoro di Loeb e Sale non parla solo di Gwen, ma anche della maturità del rapporto tra Peter Parker e Mary Jane Watson, ora sposati. E, nel piccolo frangente in cui la rossa appare nel presente, lo fa in una maniera molto differente rispetto al flashback, dimostrando una certa rotondità ed evoluzione del personaggio. Una compagna di esistenza, più che alla pari addirittura maestra di Peter – a cui ha insegnato ad amare di nuovo – e lontana dai tempi in cui poteva pensare che la vita fosse una festa, e lei stessa la torta.

In un certo senso, la morte di Gwen Stacy rappresenta simbolicamente anche l’inizio della fine per quel tipo di caratterizzazione della donna, non più riprodotta come una pertinenza del personaggio maschile o un tocco di colore dello stesso, bensì identificata quale elemento distinto e indipendente. Che non gravita attorno all’eroe ma si configura come uno specchio, in un clima di reciproco dare e avere. La caduta di Gwen Stacy da quel ponte ha fatto capire al personaggio fittizio di Mary Jane che fosse il momento di andare avanti e crescere, dicono Loeb e Sale; in realtà, sono stati gli autori stessi a percepire le istanze di un mondo in rapida e continua evoluzione, e a rimodellare i personaggi su di esse.

Una comparazione tra Mary Jane all’inizio e alla fine di Spider-Man: Blue.

Spider-Man: Blue potrebbe benissimo essere la conclusione delle avventure di Peter Parker.
Ce lo immaginiamo così, sospeso in un momento indefinito della storia umana, volteggiando per sempre tra i grattacieli di New York. Conscio del suo passato e delle sue sofferenze, ma senza rinunciare ai suoi principi e valori. Un uomo, prima che un eroe, capace di venire a patti con la sua malinconia e di ritrovarsi dopo un dolore troppo grande.
Un dolore di cui oggi rimane solo il ricordo, vivido e giammai sbiadito.
Un dolore di un tessiragnatele in grado di amare ancora e che ha poi coronato il suo percorso, sposando quella che probabilmente sarebbe stata comunque la donna della sua vita.

Eppure al lettore, riponendo il volume in libreria, il dubbio rimane.
Come sarebbe andata se Gwen fosse rimasta viva?”
Non ci è dato saperlo: quella porta si è chiusa con un salto nel vuoto all’inizio degli anni Settanta, su un albetto a colori. 

D’altronde, nemmeno importa: la lezione ultima di Spiderman: Blue è o non è quella di vivere il ricordo ma non vivere nel ricordo?

AAS


1 Tim Sale ha definito se stesso e Loeb, non a caso, come due “romantici” (in un’intervista a Massimiliano Brighel, pubblicata nella prima edizione italiana di Spider-Man: Blue, del maggio 2003).

2 Per motivi pratici correlati alla stesura di un pezzo monografico, nonché al fine di salvaguardare la sanità mentale del redattore, abbiamo fatto finta che Sins Past non esista. A chi già sa non si devono ulteriori spiegazioni. A chi non sa, beh: non saremo certo noi a raccontarglielo. Per i primi, non demordete: finalmente qualcosa si muove.

3 L’intervista citata nella prima nota ci informa anche sul come avvenga il processo decisionale riguardante i poster cinematografici, poi inseriti nella vignetta. A quanto pare, Loeb suggerisce, ma la scelta finale spetta a Sale.