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Abitare: riflessioni dall’antropologia

La riflessione sul rapporto che esiste tra abitare e identità dal punto di vista dell’antropologia parte con una citazione:

Ho cominciato a riflettere sul significato della parola casa negli ultimi dieci anni, anni in cui ho avuto la fortuna di viaggiare e di osservare da vicino il Sudest asiatico, e più in generale l’Asia, dalla Thailandia fino al Laos, visitando Myanmar, Vietnam, Cambogia, Cina, India, Nepal, Mongolia. In tutti questi luoghi ho incontrato una cultura del costruire e dell’abitare che innesca processi di autogestione territoriale

La casa vivente, Andrea Staid

Così si apre “La casa vivente. Riparare gli spazi, imparare a costruire,” (Add editore, 2021) nella collana di saggistica. L’ultimo libro di Andrea Staid, docente universitario di antropologia e editor, racconta la sua indagine sulla cultura dell’abitare e dell’autocostruzione.

Copertina de La casa vivente di Andrea Staid

Casa: un fatto identitario

Ne La casa vivente, l’autore porta il lettore in giro per il mondo alla scoperta di architetture vernacolari. Vengono forniti esempi pratici di autocostruzione e di tecniche per abbattere i costi. L’ultimo capitolo è dedicato all’esperienza personale dell’autore di costruzione della propria abitazione.

Sono tante le domande che collegano l’antropologia all’abitare e si fanno strada leggendo questo libro. Ci si interroga sull’aspetto umano del vivere gli spazi e su quali siano le soluzioni per porre fine, almeno nel nostro piccolo, allo sfruttamento del pianeta. Ci si chiede se vivere in città, ognuno confinato nel proprio appartamento, ci renda veramente felici oppure se prediligere un ambiente comunitario non possa darci maggiore serenità.

Questo libro fa parte di un discorso più ampio iniziato da Staid nel precedente lavoro: Abitare illegale. Etnografia del vivere ai margini in Occidente, pubblicato da Milieu per la collana frontiere nel 2017. Risulta interessante scoprire come esperienze diverse di abitare e di autocostruzione siano presenti anche in Occidente. Sono piccole realtà, spesso marginali alla società ma in crescita: i Rom, i Sinti, le case occupate sia per necessità che per motivi politici, le comuni, i wagenplatz e gli ecovillaggi, gli slum urbani e le baraccopoli. Sfogliare questo libro è un piacere anche grazie alle fotografie che documentano l’indagine etnografica e fungono da supporto al lettore.

Copertina di Abitare illegale di Andrea Staid

In questi due lavori l’autore accompagna il lettore in una riflessione tipica dell’antropologia sulle diverse esperienza dell’abitare, laddove, casa, non è solo uno spazio fisico o l’affermazione di uno status socio-economico, ma soprattutto uno spazio di relazioni che risponde al naturale bisogno dell’uomo di condivisione.

Sembra inevitabile chiedersi quanto influisca sulla nostra identità il posto in cui abitiamo, quale significato diamo anche simbolicamente alle nostre abitazioni. Il confronto con una cultura dell’abitare differente dalla nostra ci aiuta a rispondere a queste domande.

Abbandonare l’ottica etnocentrica

Quando abbiamo smesso di costruirci le nostre case? Da questa semplice domanda ho cominciato a interrogarmi sull’uomo e sulla sua casa.

da Abitare illegale di Andrea Staid

Staid nei suoi viaggi alla scoperta di architetture vernacolari, non solo osserva ma partecipa alla vita del posto creando uno scambio con i popoli autoctoni. Questo contatto tra culture diverse che si confrontano con rispetto reciproco su un tema comune all’antropologia come l’abitare, genera stupore e curiosità non solo nei protagonisti diretti ma anche nei lettori.

All’interno di una società occidentale sempre più individualista si evince come stia tornando la necessità di creare spazi comuni, di creare socialità per sentirsi appartenenti ad una comunità.

Negli anni, il colonialismo e l’etnocentrismo occidentale hanno interferito anche sull’esperienza di molti popoli di vivere la propria casa. Siamo andati a “casa loro” e li abbiamo costretti ad adeguarsi ai nostri valori facendoli sentire estranei nel proprio territorio fino a farli scomparire.

La casa un tempo rifugio aperto e inclusivo, è diventata un apparecchio allogeno di cancellazione e riprogrammazione culturale.

da Artico nero. La lunga notte dei popoli dei ghiacci di Matteo Meschiari
Copertina di Artico nero. La lunga notte dei popoli dei ghiacci di Matteo Meschiari

Matteo Meschiari, docente di antropologia, nel suo libro “Artico nero. La lunga notte dei popoli dei ghiacci ” (Exòrma, 2019) racconta in termini diversi l’abitare, focalizzandosi sullo stupro socio-economico tipico del colonialismo avvenuto ai danni delle popolazioni indigene delle terre artiche. I governi di nazioni limitrofe hanno portato avanti esperimenti sociali ma anche i propri interessi politici e popoli interi sono scomparsi senza lasciare traccia.

Per esempio il passaggio a cui sono stati costretti gli Inuit, da tende e iglù a case tipicamente occidentali, e quindi da un’ottica comunitaria alla proprietà privata è stato devastante. Passare dal nomadismo alla sedentarizzazione ha portato un cambiamento radicale alla concezione di spazio domestico. Non c’è più comunicazione con l’esterno ma la vita domestica diventa caratterizzata dalla chiusura verso il mondo esterno, alienazione.

Il movimento nomadico incorporava il paesaggio nello spazio domestico e lo spazio domestico si dilatava fino a incorporare il paesaggio

da Artico nero. La lunga notte dei popoli dei ghiacci di Matteo Meschiari

Innescare il cambiamento

Staid lancia al lettore degli spunti di riflessione che possono innescare il cambiamento. Sensibilizzando il lettore a intraprendere strade diverse, più umane, etiche e solidali per un futuro ecosostenibile. In una società sempre più chiusa in sé stessa, alienante, è importante che libri come quelli di Staid o di Meschiari ma di tanti altri antropologi e non, raggiungano un pubblico ampio. Perché abitare e identità sono, da sempre, legate da un filo indissolubile e l’antropologia lo spiega.

ER

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