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Dopesick e i suoi fratelli raccontano le dipendenze e l’abuso

Sono molte le serie televisive capaci di appassionare e tenere incollati allo schermo gli spettatori, rendendoli quasi vittime di quella che potremmo definire una vera e propria assuefazione. Quando il tema centrale ruota, però, proprio intorno alle dipendenze, automaticamente si genera un’amplificazione del contenuto stesso.

Nel gruppo di show da binge-watching, ce n’è uno in particolare che riscuote alto gradimento tra il pubblico: Dopesick. Questa miniserie, prodotta nel 2021 da Danny Strong per Hulu e distribuita in Italia da Disney+, ha come tema principale la dipendenza epidemica causata, negli ultimi vent’anni, dall’ossicodone; ed è a sua volta ispirata da un romanzo, quel “Dopesick: Dealers, Doctors and the Drug Company that Addicted America” scritto da Beth Macy.

Locandina della miniserie Dopesick.

Tra realtà e finzione, Dopesick racconta della pericolosità dell’ossicodone

Composta da una generosa quantità di legal drama – dato il coinvolgimento di tribunali, avvocati, giudici, giurie – a cui si aggiunge un pizzico di documentary per il prelievo da fatti realmente accaduti, Dopesick si esprime attraverso un linguaggio senza filtri, veritiero, diretto. In grado cioè, senza troppi sforzi, di instillare svariate domande al fruitore, di coinvolgerlo a livello emotivo in modo molto profondo; non mancano, infatti, scene cruente e violente capaci di scombussolarne la visione e che, in modo ancora più incisivo, invitano lo spettatore a riflettere sulle conseguenze delle dipendenze stesse.

Dopotutto, Dopesick, ha il difficile compito di aprire uno squarcio su una delle dipendenze che più affliggono gli Stati Uniti d’America (e non solo): quella causata dalla messa in commercio, a partire dalla fine degli anni Novanta, di ossicodone (o Oxycontin), distribuito legalmente da Purdue Pharma.
E lo fa attraverso un cast stellare: Michael Keaton, Rosario Dawson, Peter Sarsgaard, Kaitlyn Dever e Will Poulter, solo per citarne alcuni. Un ensemble che riesce a restituire un vivido ritratto del dramma umano e sociale causato proprio dalla messa in vendita del farmaco.

Dopesick si apre raccontando della vicenda umana e professionale del dottor Samuel Finnix, interpretato da un magistrale Micheal Keaton: un medico alle prese con i suoi pazienti, residenti nella Finch Creek, negli Appalachi, vittime di incidenti sul lavoro.
I traumi a cui sono sottoposti sono spesso gravi e, su consiglio del rappresentante farmaceutico della Purdue Billy Cutler – interpretato da Will Poulter – Samuel inizia a somministrare loro dosi da 10 mg di Oxycontin. È un nuovo farmaco per il trattamento del dolore, sintetizzato da una sostanza oppiacea ma venduto come molto meno dopante della morfina, con effetti iniziali decisamente positivi.

Pillole di Oxycontin con vari dosaggi

Una di queste pazienti è Betsy Mallum – resa agli occhi del pubblico grazie all’ottima prestazione dell’attrice Kaitlyn Dever – che, colpita nella parte alta della schiena durante uno spossante turno in miniera, inizia a assumere le pillole di ossicodone rimanendo, praticamente subito, invischiata nel tunnel della dipendenza. La vicenda di Betsy è una delle più drammatiche tra le tante raccontate nella miniserie, coinvolgendo chi è dall’altra parte dello schermo in maniera molto profonda.

La regia, grazie ai salti temporali, tiene lo spettatore sul filo del rasoio. Vengono presentati diversi punti di vista che si amalgamano tra loro, permettendo una visione più completa possibile del problema. A mano a mano emergono gli agghiaccianti retroscena presenti all’interno della casa farmaceutica, quelli che nello specifico coinvolgono la famiglia Sackler; e i suoi membri sono dipinti come degli avidi affaristi disposti, senza troppe remore, a lucrare sulla salute dei propri clienti.

Dipendenze.

A subire questo trattamento analitico è anche un’altra importante agenzia americana, che viene sezionata sotto lo sguardo dello spettatore: la DEA (Drug Enforcement Administration). Nelle scene che vedono protagoniste Bridget Meyer e i suoi colleghi, infatti, quest’organizzazione viene presentata quale una delle maggiori – se non l’unica, almeno in un primo momento – antagoniste sia della Purdue Pharma che della FDA (Food and Drug Administration), colpevole di aver approvato il farmaco.

Anche tutta la pubblicità sanitaria, che promuove l’ossicodone come poco additivo e, di conseguenza, molto meno pericoloso di altri oppiacei mal visti dal regolatore FDA, quali morfina, codeina, tebaina e papaverina, è complice della facilità con cui tantissimi medici americani lo somministrano. In particolare, questa superficialità comporta un raddoppio delle dosi, per evitare il veloce raggiungimento della soglia entro cui l’Oxycontin non viene più assorbito dal paziente.

L’ultimo punto di vista che viene sviscerato – dopo quelli del dott. Finnik, dell’ormai dipendente Betsy, dell’agente Bridget e della famiglia Sackler – è quello del duo di integerrimi avvocati Rick Mountcastle e Randy Ramseyer. Saranno proprio questi legali a mettere in piedi la prima azione legale contro la Purdue Pharma, scoprendo l’insabbiamento operato dai suoi rappresentanti farmaceutici e la carenza di dati per definirlo “per nulla assuefante”. Spalleggiati da John Brownlee, procuratore dello stato della Virginia, i due riescono a portare in tribunale la casa farmaceutica, nel maggio del 2007 e dopo cinque lunghi anni di investigazione, accusandola di misbranding illegale della loro medicina e infine sanzionata con un risarcimento record.

Proteste contro la famiglia Sackler davanti al Museo del Louvre, luglio 2019

Grazie alle più recenti proteste capeggiate dall’artista contemporanea Nan Goldin, finalmente l’ossicodone in America ha ricevuto il black box warning: un avviso all’utilizzatore della pericolosità intrinseca al farmaco, e che invita a evitarne possibili abusi o somministrazioni eccessive.

Il racconto delle dipendenze non si ferma a Dopesick: gli altri

Oltre Dopesick, esistono numerosi romanzi e i film, più o meno recenti, che trattano magistralmente le dipendenze e ne espongono alla luce del sole le drammatiche conseguenze. Il riferimento più automatico è a Euphoria, serie che ha fatto il suo debutto il 16 giugno 2019 e giunta attualmente alla produzione della terza stagione, e a Daisy Jones and the Six, romanzo scritto da Taylor Jenkins Reid e pubblicato nel 2019.

Euphoria, disponibile in Italia su Sky Atlantic e prodotta da HBO Max, segue le vicende della liceale Rue Bennet e del suo variegato gruppo di compagni di scuola. Qui, le sensazioni tipiche del teen drama e dei prodotti pensati per un pubblico giovanissimo si sommano a dei leggeri tocchi didattici e didascalici.

Locandina della prima stagione di Euphoria

Le prime due stagioni, composte da diciotto episodi, sono tratte dalla miniserie israeliana (omonima) del 2012. I giovani attori sono invece famosi per altre produzioni hollywoodiane: Zendaya Coleman è infatti Rue, Jacob Elordi interpreta Nate Jacobs, mentre Hunter Schafer porta sullo schermo Jules Vaughn, personaggio appartenente alla comunità LGBTQIA+.

La protagonista, Rue, viene subito introdotta come dipendente da diverse sostanze, perlopiù psicofarmaci, e già nella primissima puntata la vediamo tornare a casa dalla madre e dalla sorella minore dopo essere stata in riabilitazione. È palese, però, che Rue sia ancora sotto gli effetti delle numerose droghe, tra cui delle pillole di Oxycontin appartenenti al padre malato di cancro.

Oxycontin, Xanax, Fentanyl, Vicodin: queste sono solo alcune delle dipendenze che si accompagnano alle numerose e tragiche ricadute di Rue, la quale sprofonda episodio dopo episodio. Una speranza viene, però, dagli incontri dei Narcotici Anonimi e la presenza di Ali Muhammad, lo sponsor della protagonista. Sono proprio la vicinanza con Ali e il suo desiderio di migliorarsi per gli altri che le forniranno motivazione e spinta necessarie per tentare di rimanere sobria il più possibile.

La giovane manifesta, infatti, alcune vulnerabilità psichiche che la spingono a cercare conforto sia nelle droghe che nelle relazioni interpersonali, in primis con il suo spacciatore Fezco e in secundis con le compagne di liceo. Approfondendo l’ultimo aspetto, va sottolineato che l’arrivo di Jules in città è, per Rue, un fulmine a ciel sereno: tra le due si instaura subito una forte amicizia, ma l’eccessivo attaccamento che Rue palesa nei confronti di Jules metterà quest’ultima in difficoltà. Dopotutto, un tema-chiave della serie è dato dalle fitte relazioni di ogni tipo (amicizia, infatuazione, amore, co-dipendenza, odio, disprezzo) che ruotano attorno al gruppo della East Highland High School.

Rue e Jules in una scena della serie

Le feste, le occasioni sociali, gli eccessi e il desiderio di fare nuove esperienze, comportamenti tipici dell’adolescenza, corrono in parallelo al combattimento tra Rue e la sua dipendenza. La crudezza e l’onestà con cui la vita di questo eterogeneo gruppo di adolescenti americani viene resa sullo schermo è, infatti, molto accattivante per lo spettatore, producendo in quest’ultimo una sensazione divisa tra la curiosità di saperne di più e il rigetto degli eventi.

Ogni sfumatura delle emozioni umane è, dunque, protagonista di Euphoria. Ciò comporta che venga analizzato l’intero spettro di dipendenze, a partire da quella emotiva-relazionale, fino all’avere potere e controllo sugli altri, passando per la buona o cattiva reputazione, Pertanto, l’assunzione di sostanze non è l’unico motore che agisce sui personaggi, pur rimanendo fondamentale.

Altro medium in cui la dipendenza viene spesso affrontata è quello della letteratura, fonte di ispirazione per prodotti televisivi di vario genere. “Daisy Jones and the Six“, ancora inedito in Italia, è una delle ultime fatiche della scrittrice americana Taylor Jenkins Reid, è una delle più recenti produzioni sull’argomento.

Presentando ai lettori i membri del gruppo rock – attivo negli anni Settanta – che dà il nome al romanzo, l’autrice lascia loro la parola, come se fosse una raccolta di piccole interviste capaci di fornirci informazioni direttamente dalla fonte. Una specie di autobiografia.

Daisy, Billy, Graham, Karen, Eddie, Pete e Warren sono i membri della band attorno alla quale gravitano Camila, Simone, e Teddy; la storia di questo gruppo fittizio – modellato sulle varie band rock ‘n’ roll quali i Fleetwood Mac, i Led Zeppelin, gli AC/DC, o i Queen, solo per citarne alcuni – diventerà una serie TV prodotta dalla piattaforma streaming Amazon Prime Video.

Copertina del romanzo, pubblicato nel 2019.

Tra i temi trattati, oltre a quelli cardine della musica e della scrittura di testi originali, l’aborto, le relazioni interpersonali e amorose, c’è l’abuso di sostanze che molti membri della band confessano senza grandi remore, Proprio l’amore è uno dei soggetti più “abusati” nelle canzoni del gruppo, e in tutte le sue sfaccettature: sono espresse le prime infatuazioni, le gelosie, le litigate, le ripicche e le conclusioni drammatiche collegate a questo sentimento.

Tutti i personaggi sono veritieri, moralmente grigi, capaci di esporsi allo sguardo critico del lettore sia con i loro aspetti positivi che con quelli negativi; non assurgono a role model ma semplicemente vogliono essere un trattato di umanità. Daisy, una delle protagoniste femminili nella coralità del romanzo, abusa di pillole di ogni genere e le mescola spesso e volentieri con alcolici e fumo; così fa anche Billy, almeno fino alla riabilitazione che lo tiene lontano dalle dipendenze per quasi tutto il resto della sua vita.

L’abuso qui viene presentato come estremamente naturale, una conseguenza della ricerca di ispirazione artistica per le melodie e le parole delle canzoni, senza connotarlo – almeno nella fase iniziale – di particolari effetti negativi, disegnando un certo lassismo, se così lo si vuol definire, capace di provocare straniamento o addirittura ilarità. La nocività di questi comportamenti tornerà nella parte finale del romanzo, conducendo uno dei personaggi a perseguire la strada del rehab; la stessa intrapresa da Billy.

Perciò, Daisy Jones and the Six è un romanzo potente, che tratta di argomenti spinosi con la scorrevole leggerezza tipica della scrittura di Jenkins Reid che, già con “The seven husbands of Evelyn Hugo“, aveva affrontato temi molto attuali come le rivolte di Stonewall e i pregiudizi nella Hollywood degli anni Cinquanta nei confronti della comunità LGBTQIA+.

A conclusione di questa carrellata, è opportuno domandarci se Dopesick perda la sua valenza innovativa dopo essere stato inserito in un quadro più generale. composto da altre serie e altri romanzi che trattano le dipendenze.

La risposta è semplice e va ricercata nella particolarità dello show di Hulu: questa miniserie ha il potere di legarsi a fatti storici, inquadrati nei risvolti sociali, culturali e legali più recenti, con l’intento di denunciare la verità che traspare sin dal primo episodio. La sua crudezza, pur non rappresentando un unicum nel panorama televisivo e letterario, ha una potenza straordinaria, riuscendo a istillare dubbi nel fruitore, soprattutto riguardo le strategie di vendita e commercializzazione di quelle medicine che si potrebbero arrivare a definire quali “droghe rese legali”.

Ancora, non si dimentica di evidenziare anche la difficoltà di uscire dalla spirale della dipendenza, della vita nei centri di riabilitazione e dello sforzo continuo richiesto sia al soggetto con fragilità legate all’uso di sostanze stupefacenti, che alla rete familiare e sociale in cui quella persona è inserita.
Questo tipo di legal drama e documentary è fondamentale per consapevolizzare l’utenza, e la loro presenza nelle piattaforme streaming può sicuramente agevolare il pubblico generico (e forse pure generalista) a prendere atto di questa problematica.

Dopesick è, quindi, in grado di puntare un riflettore su una specifica dipendenza, quella data dall’abuso di ossicodone; ma altresì di fornire una critica tout court all’abuso, senza colpevolizzare le vittime bensì evidenziando le motivazioni di profitto che hanno spinto la casa farmaceutica a commercializzare una medicina tutt’altro che poco dopante.

ES