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Scusate il ritardo

Scusate il ritardo

  • Alfredo Savy

  • INCAGLIO OLIGOMINERALE

  • Editoriale


Scusate il ritardo, quindi. Quelli studiati una volta dicevano “manifestum est”, quelli ancora più studiati “res ipsa loquitur” – locuzione a me familiare che esprime l’evidenza nel linguaggio giuridico, il quale mi è, nonostante tutto, molto caro – ma il senso rimane lo stesso: in questo editoriale mi scuso per il ritardo. Va bene, l’incipit, sempre per restare nel latino e far capire che sono coltissimo, assomiglia un po’ alla famosa risposta di Mahmood sulla Tuta Gold (il brano parla di una tuta, che è “gold”), però non per questo va additato immediatamente come mera levata di scudi fine a se stessa.

Questo numero doveva uscire un anno e mezzo fa e non ha visto la luce prima a causa di una persona: me medesimo. In primis (sì, ancora) mi preme quindi porgere le più profonde scuse a chi ha speso del tempo per elaborare dei pezzi che sono usciti in una data assolutamente incompatibile con la scadenza prefissata (a proposito: a breve quest’ultima fa la comunione e siete tutti invitati), ma era il caso di rallentare, riflettere e ripartire. Tre termini che iniziano con la lettera “r” esattamente come ritardo, e forse sono tra loro cosmologicamente, ancor prima che (meta)testualmente, collegati.

Riflettere e ripartire, dicevo. Pur non avendo una forma diversa dal numero precedente, in realtà il contorno al nomen omen (sì, dovete impazzire) Incaglio Oligominerale è profondamente diverso rispetto a Non Capire e, di fatti, rappresenta la quarta incarnazione di POP-EYE. Se le prime tre, momento autoreferenziale, erano legate al progetto del blog che diventa sito di approfondimento che si trasforma in webzine non periodica di critica sui nuovi media, questa è un ripensamento totale dello schema. Che, adesso, comunica non solo attraverso il sito (03 non è l’ultimo numero), ma fa parte di un complesso ecosistema audiovisivo, imperniato attorno al nostro canale YouTube dove trovate FOGNA, il podcast di POP-EYE, insieme all’off-format SPURGO e, dulcis in fundo1, il nostro fiore all’occhiello, gli essai.

In un classico caso di eterogenesi del fine, termine che amo enormemente e che indica un’azione la quale, nelle intenzioni di chi l’ha condotta, avrebbe dovuto portare a uno scopo preciso, e invece si è dimostrata perfettamente aderente a un altro completamente diverso. L’incaglio è stato reale e non una semplice metafora, come doveva essere inizialmente, della cultura che ci permette di fuggire dal letto limaccioso di quel fiume color marrone che è poi la vita.

E dal blocco ci esci solo ribaltando il tavolo, facendo la rivoluzione (di nuovo la “r”).

Abbiamo deciso, come dico sempre, di unire il bassissimo all’altissimo: con il format chiacchierone e divertente, ma comunque pieno di spunti critici, in stile POP-EYE, convive la scrittura che funge anche da base per i video di critica, e c’è pure lo spazio per un contenuto intermedio, SPURGO appunto. La formula che abbiamo trovato ci piace, ci dà spazio per mostrarci come esseri um veri e propri mostri, ci appaga, ci riunisce.2

TUTTO QUESTO BEN DI DIO è intimamente collegato a un altro fattore: l’abbandono pressoché totale dei social. Sì, okay, abbiamo ancora un canale (LINK) e un gruppo (LINK ANCORA) su Telegram, siamo formalmente presenti su Instagram, ma abbiamo praticamente smesso di produrre contenuti ad hoc3. È stato un passaggio niente affatto cosciente ma, data una situazione di scarcity rawlsiana, è risultato abbastanza naturale tagliare tutto quello che non ci dava giovamento. E che, a dirla tutta, ormai producevamo unicamente per invogliare una moltitudine gommosa non meglio identificata ad andare sul contenuto vero, eccioè questo qui ma con uno sforzo superiore (che follia), che non avrebbe funzionato se non avessimo seguito le loro stesse regole (che follia x2) e magari pagando (che follia x3). POP-EYE, nella sua versione matura di Vidioteque4, sta qui. Se lo trovate, buon per voi: a noi non cambia proprio nulla. Alla fine scrivere, elaborare essai, registrare un podcast è quasi come fare figli.
Un atto, almeno un pochino, di egoismo.

Insomma, scusate per il ritardo.
Però, come avrete capito, mi è servito. Perché ho ritrovato il POP-EYE che stavo perdendo, e le meravigliose persone che lo rendono vivo. Perché ho smesso di sentirmi in una catena di montaggio ed è tornato a essere il mio rifugio dalla vita vera.

Davvero: scusate il ritardo.

Scusate il ritardo.

Scusate il ritardo.

Scusate… il… ritardo.

Perché lo ribadisco?
Beh, perché repetita iuvant.5

AAS


NOTE:

1 IM PAZ ZI RE: v. intr. [der. di pazzo] (io impazzisco, tu impazzisci, ecc.; aus. essere). – 1. Diventare pazzo, perdere l’uso della ragione.

2 Ancora la “r”. Entro la fine di questo pezzo devo assolutamente usare una citazione in latino che inizi con questa lettera.

3 AHAH.

4 L’avete capita? Video e idioteque. Videoidiozia. E cioè FOGNA più nonperiodico più gli essai. Una parola francese in onore di Vincenzo Vecchio.

5 Ce l’ho fatta, sono troppo forte. Ciao.


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Ciao di nuovo

Ciao di nuovo

  • Alfredo Savy

  • 231123
  • Editoriale

Talvolta, prendendo la metropolitana. Anzi no. Ricominciamo, ché sono arrugginito.

Mi avvalgo dei potenti mezzi pubblici italiani, ogni giorno, per andare al lavoro. Nel tragitto che mi riporta quotidianamente a casa, mi capita di riflettere su Evangelion. Ora, io ho sempre voluto scrivere qualcosa sull’opera magna di Hideaki Anno, ma non ci sono mai riuscito. Non so perché: magari è semplice questione di terrore sacrale nell’approcciarsi a quello che considero uno dei contenuti più importanti degli anni Novanta, o magari c’è di più. E cioè che Evangelion mi abbia parlato così profondamente e a un livello emotivo tanto prezioso che ho paura di doverlo capire veramente. Analizzare, d’altronde, è un conto; mettersi in gioco realmente, un altro.

Eppure, conservo ancora preziosamente le metafore ferroviarie: il treno quale immagine della vita, i binari alla stregua di percorsi prestabiliti dai quali non si può evadere, i silenzi tra vicini di posto capaci di manifestare il vuoto incolmabile che esisterà sempre tra due esseri umani. Vive dentro di me, durante quei viaggi di venti, trenta minuti. Mi ossessiona, bello e impossibile; è un pensiero così perfetto, così intangibile, così inattaccabile, da infastidirmi. A conti fatti, non credo mi sposti la nervatura il concetto preso come tale, ma il fatto di sentire una certa mancanza di controllo, insieme a quella di talento.

Per un anno non ho scritto più niente. Non mentirò, è stato un anno complesso per varie ragioni – una su tutte, il passaggio definitivo all’età adulta. Cosa che, incidentalmente, è un grande tema di Evangelion. Scrivere significa avere dentro una luce che ti parla, o almeno è così per me; ecco, ero al buio e in silenzio. La qual cosa ha, conseguentemente, inciso sul mio figlio prediletto: POP-EYE. L’unica cosa della mia personale esistenza su cui io abbia pensato di avere controllo. Non ero sui binari, ero io il binario.

Quando ho creato POP-EYE non sapevo nemmeno cosa potesse diventare, e ci sono voluti anni per farlo arrivare alla sua forma definitiva, quella che vi si para ora innanzi, o cari lettori. Non sapevo dove stessimo andando, ma era l’unica cosa di tangibile che – tutto sommato – possedessi. Era una coperta di Linus, la calda illusione di dominare un oggetto (rectius: una linea editoriale), la mia pertinenza intellettuale e un numero consistente di ulteriori fesserie. POP-EYE era la sua procedura interna, i dodici pezzi mensili da rispettare, il calendario e i post sui social.

Non solo ho perso il controllo, ma l’ho disumanizzato.

In tarda primavera, io e Vincenzo sapevamo di doverlo cambiare. Forse anche lui ha avvertito che da cosa più concreta che esistesse era diventato una realtà astratta e intangibile, ha percepito la retorica procedurale dietro POP-EYE; davvero, non so. Dovreste chiederlo a lui. Sta di fatto che gli uomini ritornano costantemente a modellare i vasi di terracotta che hanno lavorato, artigiani continui delle loro produzioni, fabbri perenni, devoti demiurghi, prometei. Hideaki Anno con il Rebuild ha voluto esprimere un messaggio potente: “scinn’, tuocc’ e femmene”, perché non era stato capito da chi si trastullava con le action figures di Rei Ayanami nelle sue camerette. Io, noi, nel mio, nostro, umilissimo portale, dovevamo capire prima di essere Robertino, Ikari Shinji e altre meravigliose creature.
Quando è accaduto, il resto è venuto da sé.

Il prossimo POP-EYE sarà organizzato in finestre editoriali. Ogni finestra è un numero, ci sono quattro finestre all’anno ed è tutto quello che vi possiamo dare. Chiedere di più sarebbe eliminare il motore dell’esperienza, e cioè il “pensiero voglioso”, quello che desidera realmente comunicare qualcosa – “a tien coccos’ a raccuntà?”. Ci siamo capiti, non serve altro citazionismo.

Organizzando POP-EYE come una rivista digitale, qualcosa che sta lì ho paradossalmente deciso di colmare il divario sensibile che mi separa dalla carta. E non parlo di soldi, di profitti, di sostenibilità: è al voler lasciare qualcosa, al simbolo, che faccio riferimento. Quando ho accettato di non averne il controllo reale, che dal binario non scappi mai, il resto è venuto da sé.

Il titolo del primo numero di POP-EYE, Rebuild, è un evidente omaggio a Evangelion. Ho deciso di discuterne senza parlarne, o meglio di interiorizzarne l’insegnamento al meglio che potevo. Rebuild è un omaggio in primis a chi ha scritto per POP-EYE in questi anni, è le sue connessioni; allo stesso tempo, è la forma migliore che potessimo – plurale maiestatis di redazione – offrire a chi ci legge. Una versione ripulita dei nostri pezzi migliori, per l’occasione reimpaginati; contemporaneamente, un archivio perenne degli altri, del passato, di ciò che è stato. A cui sarò eternamente grato.

Ripartire è un termine meraviglioso. Ricominciare ancor di più.
POP-EYE ha deciso di rinascere, forse il più bello dei tre.

AAS


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