Cinema

La finestra sul cortile: un esempio di soggettiva

Dei cinque sensi dei quali l’essere umano è potenzialmente provvisto, è la vista quello che maggiormente plasma e governa la sua percezione del mondo.

Per questo motivo, sin dalle sue origini, il Cinema si è evoluto di modo da assecondare la pulsione scopica dell’uomo: è divenuto canonico accostare campi e controcampi e seguire alcuni raccordi di montaggio.

Ma, oltre a costruire la dimensione narrativa e la più inafferrabile atmosfera filmica, l’azione del mostrare qualcosa allo spettatore è un modo per farlo riflettere su cosa stia facendo (guardare un film, appunto) e non c’è opera che ne sia esempio migliore de La finestra sul cortile, di Alfred Hitchcock.

Alfred Hitchcock e Grace Kelly sul set de La finestra sul cortile

Sinossi.

Film del 1954, liberamente ispirato all’omonimo racconto di Cornell Woolrich del ’42, La finestra sul cortile racconta le vicende di Jeff (James Stewart) un fotoreporter che, a seguito di un incidente sul campo, si ritrova costretto a passare una noiosa degenza di due mesi su una sedia a rotelle.

È estate e il clima è afoso. Per combattere la calura, le finestre dei vicini di Jeff, che danno su una corte interna del palazzo in cui vivono, sono tenute sempre spalancate. All’uomo sono rivelate le più segrete intimità degli abitanti di quei microcosmi, completamente a loro insaputa, come esserini rinchiusi in teche di vetro.

Miss Torso (Georgine Darcy), la dirimpettaia di Jeff

Due donne sembrano gravitare nella vita di Jeff: l’infermiera Stella (Thelma Ritter) e la sua fidanzata, Lisa (Grace Kelly).

Il rapporto fra Jeff e Lisa sembra destinato a finire. I due sono troppo diversi, le loro aspirazioni inconciliabili e la cosa migliore, forse, sarebbe lasciarsi.

Gli eventi, tuttavia, prenderanno una piega tale da spingere la coppia, con l’aiuto di Stella, a collaborare per portare alla luce una macabra verità su uno di quei dirimpettai che Jeff si diverte a spiare1.

Il valore della soggettiva e una carrellata di sguardi.

Uno dei tratti salienti che maggiormente caratterizzano La finestra sul cortile è sicuramente l’uso della soggettiva.

Ciò che vediamo è ciò che vede Jeff e, anche laddove il nostro sguardo non coincide col suo, è sempre accanto a lui che restiamo. Non lasciamo mai la sua stanza perché nemmeno lui è in grado di lasciarla. Viviamo il suo stesso stato di frustrazione per quell’incidente che ci permette di avere solo una freccia nella nostra faretra: la possibilità di guardare.

Hitchcock ci costringe a restare inchiodati a guardare delle scene offrendoci una chiave di lettura su ciò che accade. Crediamo a ciò in cui crede Jeff, dubitiamo di tutto alcuni momenti dopo; arrivati alla fine del film, non abbiamo certezze su quale sia la realtà dei fatti o la sorte dei nostri.

Tutto questo è possibile solo grazie all’immedesimazione che un punto di vista prettamente interno può donarci 2.

Il cameo di Alfred Hitchcock ne La finestra sul cortile

Il crescente uso della soggettiva rappresenta un passaggio molto importante nella storia del Cinema: quello dall’immagine-azione all’immagine-tempo.

Nel Cinema classico, infatti, ciò che aveva maggiormente rilievo era la dimensione narrativa. Tutti gli elementi del film avevano una loro funzione; ogni personaggio portava avanti gli eventi mediante delle azioni messe in sequenza per un motivo ben chiaro, come una coreografia; ogni inquadratura era volta a mettere in rilievo ciò che di più importante il film aveva da mostrarci.

Col Cinema moderno, però, abbiamo un brusco cambiamento: non sono più le azioni ad essere al centro del film, quanto, piuttosto, gli sguardi dei personaggi e l’atteggiamento mentale che li governa.

Lo sguardo arriva ad essere un elemento talmente importante all’interno della pellicola da spingere Pasolini (della cui Medea abbiamo trattato in questo articolo) a mettere a paragone il Cinema con la poesia: il bravo regista, può evitare la soggettiva e utilizzare direttamente la soggettiva libera indiretta (l’equivalente cinematografico del discorso indiretto libero) per mostrare al pubblico cosa i suoi personaggi vedano e come lo vedano mediante l’uso di elementi filmici (come impostare le inquadrature) o interfilmici (quali colori e luci utilizzare) senza far per forza corrispondere lo sguardo della macchina da presa con quello dei protagonisti.

Non si può, poi, concludere un discorso sullo sguardo nel Cinema senza fare menzione dello sguardo in macchina. Molto usata nel periodo del Cinema delle origini, la rottura della quarta parete è poi progressivamente caduta in disuso proprio per la sua capacità di interrompere l’immersione nella dimensione diegetica dello spettatore e richiamarlo alla realtà con una situazione paradossale. Sebbene vi siano ancora dei contesti in cui lo sguardo in macchina è largamente usato (durante l’uso di soggettive o nei musical, ad esempio), questo quasi mai desta il pubblico dall’incanto della storia.

Ci sono poi registi – su tutti, indubbiamente Woody Allen – che hanno fatto della rottura della quarta parete il loro marchio di fabbrica e il mezzo prediletto per raccontare i contorti viottoli mentali dei suoi alter-ego.


Woody Allen
 in Io ed Annie

Ne La finestra sul cortile non abbiamo rottura della quarta parete. Hitchcock preferisce lasciare addosso allo spettatore una sensazione che matura e genera consapevolezze nelle ore e nei giorni successivi alla visione del film. Questo film ci parla e lo fa sussurrandoci all’orecchio.

Attanti e attori.

Come già detto, la soggettiva presuppone un atteggiamento mentale che la rende unica: non è solo importante cosa ma anche il come qualcosa viene guardato. Nel caso de La finestra sul cortile, questo atteggiamento mentale potrebbe forse sfuggire ad una prima occhiata. In fin dei conti, Jeff si limita a guardare i suoi dirimpettai vivere le loro vite, è un’azione abbastanza passiva da compiere. Eppure qualcosa lo pensa e ce lo fa sapere in maniera esplicita. Jeff categorizza tutti i suoi vicini senza averci nemmeno mai parlato.

Prendiamo due esempi emblematici: Miss Torso (Georgine Darcy) e Miss Cuore Solitario (Judith Evelyn).

Già solo dai nomignoli riservati alle due, non è difficile notare una certa stereotipizzazione messa in atto da Jeff sulla base di quel poco che è possibile cogliere dal suo osservatorio privato.

Le due conducono, infatti, stili di vita diametralmente opposti: Miss Torso è una giovane ballerina classica di bella presenza, gioviale e che sembra circondarsi di uomini “come un’ape regina”. Miss Cuore Solitario è una donna di mezza età che vive da sola, circondata invece da un alone di tristezza (la donna arriva addirittura ad inscenare un appuntamento immaginario per poi crollare in un pianto di malinconia).

Miss Cuore Solitario (Judith Evelyn)

Parlando delle due a Lisa, è chiara l’idea che Jeff ha di loro; ciò che emerge dal dialogo, però, è anche l’immagine che ha della sua fidanzata. Jeff vede Lisa come una ragazza viziata, una persona che non sposerebbe mai il suo stile di vita avventuroso: non adatta a lui.

È lui stesso a paragonare la ragazza alla bella e desiderata Miss Torso e a distanziarla, invece, dalla triste Miss Cuore Solitario.

Potrebbe sembrare che questo aspetto del film sia frutto del suo tempo, di un certo modo di vedere alle donne negli anni ’50, il condono ad un atteggiamento sessista. Ma non è così.

Hitchcock calca la mano sulla semplicità con cui Jeff categorizzi le donne senza nemmeno conoscerle, basandosi esclusivamente su quella visione bidimensionale che gli viene offerta dalla finestra.

I preconcetti applicati alle donne si riveleranno poi sbagliati. Lisa, infatti, è ben più di una bella statuina; Miss Torso è una compagna fedele; Miss Cuore Solitario è una donna con grande dignità e un animo più malandato di quanto Jeff non credesse. Viene, insomma, rivelata la, seppur non malevola, superficialità con la quale quest’uomo, simulacro di noi tutti, guardi a chi gli sta intorno.

Lisa (Grace Kelly) e Mr Thorwald (Raymond Burr)

La finestra sul cortile resta una pellicola di grande rilievo ancora oggi. Oltre ad essere una metafora efficacissima sul nostro ruolo di spettatori, è anche terreno fertile per un’importante riflessione sugli stereotipi. Questo è, paradossalmente, ancora più vero se trasposto alla nostra attualità, in cui l’attività che passiamo più tempo a compiere è proprio quella di guardare.

Insomma, se ancora non l’avete fatto, date una possibilità a questa pietra miliare del Cinema.

BV

Note

1 Stiamo parlando di un film di Hitchcock (di quasi settant’anni fa): non è necessario specificare che gli eventi menzionati siano un omicidio.

2 Genette parlerebbe di focalizzazione interna.

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