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Spider-Man: No Way Home, o i turbamenti del giovane Parker

[DISCLAIMER: SPOILER. Spider-Man: No Way Home è un film bellissimo. Perciò, se non lo avete ancora visto, chiudete questo articolo e tornate solo dopo i titoli di coda]

Nel discettare di supereroi è facile imbattersi in un certo retrogusto, che diventa velocemente un certo retropensiero, assumendo una forma precisa. Una forma che potremmo riassumere in un semplice enunciato:

potrebbero avere di più.

Questo è particolarmente ovvio per tutta quella schiera di tizi in calzamaglia che, volenti o nolenti, sono in condizioni economiche o sociali perfettibili. Per dirla diversamente: è più facile credere che mecenate dell’umanità possa diventarlo un famoso industriale, un dio, l’erede al trono di uno stato o il rampollo di una famiglia ricca e potente, rispetto a un poveraccio nato, cresciuto e vissuto in un sobborgo periferico di una metropoli, magari pure oberato dai debiti e tormentato dai bulli. Nel primo caso esiste un po’ quel manifest destiny tipico della filantropia (playboy e miliardario), nel secondo c’è sicuramente altro. E sì: potrebbe avere di più che una vita misera passata a combattere il crimine.

Detta così, non c’è alcun motivo apparente per cui un soggetto, ai margini del vivere civile, decida di mettersi un costumino e combattere le ingiustizie di cui è stato vittima e non diventare egli stesso un in-giusto. Dipende anche dall’educazione, certo; ma tutto è commerciabile, se annaspi. Diciamo cinquanta e cinquanta, se siamo aperti alle probabilità.
Allora ci dev’essere un momento specifico, di rottura, che porta a compiere una scelta di vita.
E qual è?

La prima, iconica, apparizione dello Spider-Man di Tom Holland, in Civil War.

Facciamo un passo indietro, ma anche di lato. Nel 2016 (caspita, è già passato più d’un lustro?) vede la luce Captain America: Civil War, diretto dai Fratelli Russo. Chiusura della trilogia di Steve Rogers e, allo stesso tempo, tassello fondamentale per portare il cattivissimo e industrialissimo MCU alla sua Crisi rappresentata da Infinity War (Fratelli Russo, 2018) ed Endgame (Fratelli Russo, 2019), è famoso anche per la prima comparsa del Bimbo-Ragno, interpretato da Tom Holland. Descritto come un liceale un po’ in botta ormonale e alle prese con ragnatele d’ogni tipo, il nuovo Peter Parker arriva dopo un complesso dialogo tra Sony e Disney, partito con lanci di tramezzini tra le due parti e concluso con No Way Home, terzo e ultimo capitolo di una trilogia.
Nel mezzo, il drama moment del 2019, in cui tutto sembrava saltato e poi ricucito anche grazie alle abilità di tessitore (stavolta di rapporti) proprie dell’interprete del ragnetto.

Dicevamo del liceale. Peter Parker lo è sempre stato, e per la precisione pure un nerd ante-litteram nella versione di Steve Ditko. Ciò che lo spinge a caricarsi sulle spalle il peso del mondo, storicamente, è la morte di Zio Ben e il suo ultimo insegnamento:

Da un grande potere derivano grandi responsabilità.

La catchphrase di Spider-Man.

Nell’eccezione più ampia del concetto, la responsabilità è ciò che divide la maturità dall’adolescenza. Una persona adulta, nel senso più pieno del termine, affronta le proprie responsabilità e ne paga le conseguenze, costi quel che costi; un adolescente cerca un escamotage e un modo per sfuggirne, costruendo, continuamente, le basi di una proverbiale leggerezza dell’essere. Anche giuridicamente, si è responsabili delle proprie azioni con la maggiore età; e non a caso.

In una nostra precedente analisi di Spider-Man: Blue abbiamo scritto – citiamo testualmente – che “in queste (…) pagine sono riassunte tutte le caratteristiche peculiari del tessiragnatele: il gigantesco altruismo, l’incredibile senso di responsabilità, l’amore per i cari, l’eroismo più puro e disinteressato”.
Tali qualità non nascono per caso, ma sono posteriori a una grande lezione di vita, che segna il momento preciso di nascita dell’eroe, la sua maturazione. La perdita di Gwen Stacy è sicuramente una di queste: ma non è l’unica. Il processo di formazione ha radici diverse, varie: ciò che conta è la fissazione di un valore non contrattabile.
Come spiega lo Spider-Man di Tobey Maguire a quello di Tom Holland,

È la nostra etica.

Il grande insegnamento di Spider-Man Tobey.

Definendo come etica proprio quel nucleo duro di convinzioni incrollabili, e che giustificano – anche al lettore/spettatore – il perché un disgraziato del Queens, con piena facoltà di intendere e di volere, decida di diventare un anacoreta anticrimine e non prendersi tutto quello che il mondo gli potesse dare, torniamo al dubbio di inizio articolo. E lo risolviamo.
La forza dell’episodio risponde al retropensiero e lo allontana. A patto che, sia chiaro, quell’episodio ci sia.
E, rullo di tamburi, per lo Spider-Man di Tom Holland non c’era. Fino a No Way Home.

Perdendo Peter Parker abbiamo ritrovato Spider-Man

Come suggerito in modo un po’ tranchant poco sopra (excusatio non petita, accusatio manifesta…), prima di Spider-Man: No Way Home esisteva una sensazione molto forte di smarrimento del personaggio all’interno delle dinamiche fortemente serializzate del Marvel Cinematic Universe. Peter Parker veniva dipinto come un adolescente un po’ tanto capriccioso, che si muoveva in un contesto spesso lontano da quello urbano e proprio, tra Titani Pazzi e villain secondari. Ché, dopotutto, quelli buoni se li erano già pappati Raimi e Webb: Octopus, Venom, Lizard, Uomo Sabbia, Electro e, su tutti, i due (tre) Goblin.

Lo stesso Peter sembrava dibattuto tra la necessità di fare robe eroiche – più per impressionare Tony Stark che per vocazione – e il voler semplicemente vivere una vita adolescenziale accanto alla fiamma di turno, Liz Allen prima e MJ dopo. Per quanto, comunque, ogni tanto emergessero i tratti tipici del ragnetto che abbiamo imparato ad amare nel corso degli anni (“ci dev’essere qualcuno che si occupa della gente comune”, dice alla fine di Homecoming), era chiaro che mancasse qualcosa.
Il che era costantemente sottolineato dai rimproveri degli adulti attorno a lui, da Nick Fury a scendere.

Parallelismi dal significato opposto.

Per lo sfizio di voler fare il super, in Spider-Man: Homecoming (Watts, 2017), Peter arriva a un passo dal provocare una tragedia, facendo quasi affondare una nave e sabotando un’indagine FBI. Sarà Iron-Man a sistemare la situazione: l’immagine dello Spider-Man di Holland che tenta, invano, di tenere attaccato il traghetto risulta parodistica e antitetica rispetto a quella di Maguire che blocca in corsa il treno, fatto deragliare da Octopus, in Spider-Man 2 (Raimi, 2004). In un caso l’eroe cerca di mettere una toppa a un danno creato dal suo avversario; in un altro, prova a rimediare a una situazione creata da se stesso e dalla sua esuberanza.

Sebbene alla fine della pellicola l’Uomo Ragno sembri imparare il rapporto che esiste tra indossare un costume ed essere un eroe, nel successivo Far From Home (Watts, 2019) lo ritroveremo seccato dal dover trascorrere una gita scolastica europea combattendo i cattivi, atteggiamento non proprio in linea con il sacrificio che è – da sempre – richiesto all’eroe. Appare come un adolescente senza particolare vocazione alla tutina rossoblu, che nemmeno la morte di Iron-Man è riuscita a intensificare. D’altronde, Iron-Man si è sacrificato per l’umanità, non per rimediare a un preciso errore di Peter; anzi, cedendo superficialmente EDITH a un Mysterio appena conosciuto, conferma la sensazione di non essere assolutamente pronto alla responsabilità. 

Sarà ancora una volta l’aiuto degli adulti – quello di Happy, su tutti – e le diavolerie tecnologiche di Stark a salvarlo, facendo ulteriormente arricciare il naso agli amanti di lunga data del ragnetto, ormai inquadrato quasi come un Iron-Boy e suggerito quale futuro Tony Stark del MCU. Pagando, però, un prezzo: quello di far conoscere al mondo la propria identità.

Peter Parker è il prossimo Tony Stark?

Insomma, alla fine di questa lunga parentesi, è chiaro come il punto di partenza di Spider-Man: No Way Home fosse quello di presentare come protagonista un ragazzino immaturo e molto asservito alle esigenze commerciali della Marvel-Disney, alla ricerca di un volto che potesse sostituire, non solo come presenza ma anche come caratteristiche, il Tony Stark di Robert Downey Jr. Ed è questa scia che il nostro continua a seguire, chiedendo a Doctor Strange (Benedict Cumberbatch) di cancellare il ricordo dell’identità segreta, sradicandolo dalle menti della popolazione mondiale. Tutto ciò per potersi iscrivere a un’università prestigiosa, insieme ai propri amici. Quando bastava semplicemente perorare la propria causa telefonando.

Ancora una volta, Peter Parker cerca di rimediare stupidamente a una situazione che egli stesso ha creato, e spariglia le carte per motivi che possono apparire finanche futili alla luce di un orizzonte più esteso. 
La differenza di maturità tra Peter e MJ è palese: quest’ultima, rifiutata dal MIT, gli conferma che non cambierebbe nulla di quanto accaduto. Si assume la responsabilità del qui e dell’ora, rivelandosi un’adulta; mentre il nostro, beh, no.
Ma è proprio quest’ennesimo atto di arroganza, di immaturità e di irresponsabilità a porre le basi di quell’etica di cui si parlava poc’anzi. 

Il contrappasso, questa volta, sarà infatti impietoso. Peter induce all’errore Strange, evocando alcuni tra i peggiori nemici del Multiverso; solo dopo aver provato a liberarsene con un “non è un problema mio”, che rimanda alla frase di Spider-Maguire nel momento in cui si rifiuta di fermare l’assassino (o meglio, il complice dell’assassino) di Zio Ben, cercherà di aiutarli su suggerimento di May, innescando una spirale a catena capace di condurre proprio la zia alla morte. L’incapacità di far fronte a situazioni complesse create dal suo agire e di assumersi la responsabilità di una vita che non è andata come doveva andare, porterà sua madre putativa verso un destino terribile.

Il momento del trauma, e della crescita.

Come le versioni precedenti di Maguire e Garfield, per voler racimolare soldi ed essersi girato dall’altra parte l’uno, o per semplice immaturità nel comunicare durante un periodo di cambiamento l’altro, anche quella di Holland perde ciò che gli è più caro per sua mano. Ed è questo il momento di passaggio, cruciale: quello che può forgiare un eroe o portarlo a perdersi per sempre. Allora tutto il percorso del Bimbo-Ragno appare come null’altro che un gigantesco racconto di formazione, un racconto in cui sono stati sapientemente invertiti il trauma e l’indossare il costume, con il secondo che segue il primo e non viceversa. Solo alla fine si presenterà allo spettatore il vero Uomo-Ragno, che finalmente abbraccia una vita quasi monastica, abitando un appartamento molto simile a quello del periodo Raimi e decidendo di rinunciare a Peter – ormai dimenticato – per dedicarsi anima e corpo alla calzamaglia.
E abbracciare una certa etica.

Il volo finale su una New York innevata, vestito di un semplice costume casalingo in spandex e non più delle diavolerie Stark, è il battesimo dell’eroe. Che torna grounded, ancorato al suolo; che sacrifica l’amore di MJ e l’amicizia di Ned per la loro stessa incolumità. Peter Parker si annulla, lasciando il posto a Spider-Man. La Marvel ha sapientemente condotto i propri spettatori su una giostra, scegliendo una trilogia di origini in vece di un primo film con le origini; un lungo viaggio di responsabilizzazione, di scoperta e di elaborazione del lutto. 

Non fanservice, ma intertestualità

Alla luce della presenza di Tobey Maguire e Andrew Garfield, in molti hanno accusato Spider-Man: No Way Home di essere una pellicola eccessivamente schiava del fanservice.
Per definizione, il fanservice – termine molto spesso utilizzato in senso dispregiativo – è il sacrificio della coerenza narrativa e del significato di un’opera al fine di accontentare gli appassionati sfegatati dell’opera stessa. Insomma, è un compromesso della visione artistica sottesa a un prodotto per venire incontro alle richieste di chi ne è fan.

Il dubbio va sciolto subito: non è così.

La presenza degli Spider-Man precedenti è giustificata e fondamentale.

Spider-Man: No Way Home ha ottenuto indubbiamente una risposta incredibile da parte del pubblico anche grazie ai due sopra citati ma, allo stesso tempo, non diventa mai una marchetta o si sfilaccia, degradando a circo. Il fatto che nel suo momento più buio Spider-Holland possa trovare conforto in chi ha commesso i suoi stessi errori ed è riuscito a venirne a patti, come se fossero delle sue versioni più sagge, è uno snodo fondamentale della narrazione.
I tessiragnatele di Garfield e Maguire si muovono quasi come fantasmi di un Natale passato, portando il protagonista ad abbracciare definitivamente il credo intrinseco al costume, i suoi valori portanti, il marchio di fabbrica. 

Nel suo capolavoro del 2013 Bioshock Infinite, il game director Ken Levine ha descritto il Multiverso in maniera brillante, introducendo il concetto di costanti e variabili tra le varie dimensioni che lo compongono. Partendo da questo spunto, il confronto tra i tre Spider-Man sul trauma, e su cosa abbia comportato quel trauma per la loro carriera supereroistica, consente in effetti di identificare il momento dell’uccisione del genitore adottivo, in seguito a un atto egoistico, come quello di reale rottura con il passato. Come la vera costante, ed elemento originante la loro etica, più volte richiamata nel corso di quest’articolo. Può variare il come e il chi, ma non il cosa.

L’utilizzo della famosa frase sui poteri e le responsabilità, da parte di Zia May e Zio Ben in punto di morte, rappresenta perciò una costante della crescita di Peter e, dal punto di vista dell’analisi, un uso scolastico dell’intertestualità.
Introdotta da Julia Kristeva 1, l’intertestualità esprime la capacità di un significante di assumere un particolare significato, in un testo, alla luce del significato assunto in un altro. 

Intertestualità.

Esiste, insomma, tra i due una relazione intima, un collegamento. 

Nel caso di Spider-Man: No Way Home, quest’unione arriva, prendendo in esame la classificazione di Genette2, a un livello metatestuale, spingendo il fruitore a riflettere sull’opera prima in un gioco di rimandi e allusioni. Un esempio è Spider-Tobey che evita a Norman Osborn di essere trafitto dal suo stesso aliante, al contrario di ciò che accade nel film del 2002; oppure Spider-Garfield che salva MJ, trovando finalmente sollievo dopo quanto accaduto alla sua Gwen.

L’uso così consapevole dell’intertestualità, all’interno di Spider-Man: No Way Home, automaticamente esclude la possibilità che si tratti di mero citazionismo becero per attrarre orde ululanti di fan, sciogliendo così il dubbio di molti. Non bisogna però fraintendere: è chiaro che il film strizzi l’occhio a una certa piacioneria, e d’altronde sempre di cinema d’intrattenimento si parla. Ma la profondità del gioco di rimandi, l’importanza nell’intreccio e nella caratterizzazione psicologica dei personaggi, è tale da poter rimandare al mittente questo genere di accuse, o almeno a circostanziarle parecchio.

In effetti, l’intertestualità separa concettualmente e definitivamente Spider-Man: No Way Home dal lungometraggio animato Spider-Man: Into The Spider-Verse (Persichetti, Ramsey, Rothman, 2018), a cui pure è stato erroneamente paragonato. Al contrario di quest’ultimo, l’ultimo capitolo della trilogia di Watts si regge infinitamente meno sulle proprie gambe, facendo leva sui trascorsi (esterni e interni al MCU) per poter ammaliare lo spettatore e consegnare il messaggio finale. Entrambe sono storie di formazione, questo è certo: ma quella di Miles ha senso anche e soprattutto come storia a sé e non necessita di visioni precedenti e parallele.
Il che ci conduce all’ultimo paragrafo della nostra analisi.

Ma quindi questo Spider-Man: No Way Home è un film perfetto?

Risposta breve: no.
Risposta lunga: riprendiamo il concetto precedente. Abbiamo detto che, in Spider-Man: No Way Home, esiste una linea decisa che separa un uso sapiente dell’intertestualità da un’operazione nostalgia tout-court tipica di un circo mangiasoldi. Bene: di converso, il fatto che un fruitore vergine dello Spider-Man di Raimi e Webb potrebbe trovarsi emotivamente distaccato rispetto a ciò che avviene a schermo, è un punto dolente e che va sottolineato.

Into The Spider-Verse funziona molto meglio come film singolo.

Il pregio maggiore del film è anche il suo maggior difetto, e che rende proprio prodotti come Into The Spider-Verse più adatti a essere consigliati a chi, dell’Uomo Ragno, non ne sappia un tubo. Questo discorso è completamente diverso rispetto all’identificazione delle fonti fumettistiche da cui trae origine il film – One Moment in Time di Straczynski e Quesada su tutti – ma riguarda proprio il fatto che, per apprezzare No Way Home, bisogna andare anche oltre la serialità del Marvel Cinematic Universe. Che già, di per sé, è un limite.

Ancora, il film richiede, nelle sue premesse narrative, una grossa sospensione dell’incredulità. Pur non rivestendo il ruolo dei cercatori dei buchi di sceneggiatura (diventati un po’, nella vulgata popolare, un termine che si usa per darsi un tono quando si commenta un film), è innegabile che meme del genere, sebbene ironici, sollevino un’obiezione importante:

E c’ha ragione c’ha.

In tanti fanno giustamente notare anche che la presenza di Electro non è in alcun modo giustificata, visto che non conosce l’identità di Peter; altri ancora, che non è chiaro come Venom sia giunto all’interno del MCU prima dell’incantesimo di Strange. Le stesse conseguenze della guarigione dei villain – concetto che forse avrebbe richiesto più approfondimento già di suo – non sono in alcun modo lasciate intuire; ma magari, viste le caratteristiche attuali dell’universo Marvel, saranno aspetti ripresi in futuro.

A corredo, la regia di Watts è ancora una volta protocollare e televisiva; il cameo di Matt Murdock, sebbene piacevole, sembra staccato dal resto del film e ha come unico senso quello di comunicarne la presenza nel MCU. Ed è altrettanto impossibile non pensare a come la conclusione – romantica metafora della crescita di Peter Parker rappresentata dal cambio di costume – non sia anche funzionale a collocare il personaggio in una posizione periferica rispetto al MCU stesso. Della serie: “se non troviamo un accordo, esiste un perché Spider-Man non utilizzi più la tecnologia Stark”.
È sempre industria, dopotutto.

La solitudine dello Spider-Man di Raimi verrà ripresa dal finale di Spider-Man: No Way Home.

Qualcuno avrà intuito che il titolo di quest’articolo deriva da I turbamenti del giovane Törless (Musil, 1906). Con le dovute, rispettose e doverose distanze, l’accostamento ci è sembrato simpatico e non del tutto blasfemo per via della loro natura di percorsi di formazione, e sicuramente è più serioso e drammatico quello descritto dall’autore austriaco. In entrambi, però, un ragazzo adolescente impara a distinguere il bene dal male, nella ricerca disperata di un posto nel mondo. 

In Spider-Man: No Way Home, Peter Parker il suo posto lo trova, pagando un prezzo infinitamente alto e comprendendo infine il costo della responsabilità e della rinuncia. Che poi, alla fine, il messaggio pedagogico, l’insegnamento, il tramandare al lettore valori positivi anche nelle avversità è o non è parte fondamentale della mitologia dei supereroi?

AAS


1 Per approfondire: J. Kristeva, Word, Dialogue and Novel (1966).
2 Genette parla di transtestualità in “Palinsesti. La letteratura al secondo Grado” (Einaudi, 1997).