Fumetti

Scoprire il manga, tra Louvre e musei virtuali

Copertina Mujirushi - Il segno dei sogni
Mujirushi – Il segno dei sogni

Durante la scorsa decade il museo del Louvre ha riconosciuto il fumetto come la nona arte. Dopo tale riconoscimento sono seguite diverse mostre per celebrare questo evento e sottolineare le potenzialità artistiche del fumetto, in un modo creativo e che vada oltre le solite classifiche sui manga più importanti.

Tra queste mostre rientra anche la Louvre No.9 – manga, la nuova arte tenutasi nel 2016 proprio per suggellare questo riconoscimento. Tra gli autori di manga più importanti che sono stati invitati a scrivere e disegnare un’opera per questo evento rientra anche Naoki Urasawa, fumettista noto per opere del calibro di Monster e 20th century boys. Per questa occasione (seppur con un po’ di ritardo), il mangaka ha partorito Mujirushi – Il segno dei sogni.

Una famiglia, un dipinto, un individuo misterioso

Mujirushi è nato con l’idea di celebrare il fumetto, nella sua declinazione giapponese, e l’arte tutta. Per farlo, Urasawa sfrutta Iyami: per molti, questo nome potrebbe non significare nulla mentre, per alcuni, non può che ricordare il memorabile personaggio di Osomatsu-kun, manga del maestro Fujio Akatsuka molto popolare negli anni ‘60. Iyami, in Osomatsu-kun, millanta origini francesi e ne imita la parlata in modo caricaturale, nonostante lui, in Francia, sembri non esserci mai stato. Allo stesso modo, ne Il segno dei sogni, Iyami si presenta ai protagonisti della storia, un padre (Kamoda) e sua figlia (Kasumi), come presidente del Centro di ricerche sulla Francia.

Direttamente da Osomatsu-kun: Iyami!
Direttamente da Osomatsu-kun: Iyami!

Tra una tazze di cafè au lat e un croissant, non sembra fare altro che inneggiare la Gloriosissima Francia. In questo incontro, apparentemente voluto dalla divina provvidenza, Iyami propone un accordo alla famiglia, in evidenti difficoltà economiche: Kamoda vola in Francia, al Louvre, per nascondere il quadro La merlettaia (dipinto di Caspar Netscher e Johannes Vermeer) e Iyami, che possiede un falso identico, piazzerà all’asta la sua copia. Infine, i due divideranno il compenso. Data la disperazione che lo pervade, l’uomo accetta, nonostante la contrarietà della figlia.

Da qui, inizia un viaggio che porterà la famiglia a viaggiare in Francia, conoscere persone nuove e, soprattutto, a visitare il Louvre. Quest’ultimo risulta essere il vero protagonista del manga: Urasawa è riuscito a catturarne la magnificenza sia mediante i dettagliati disegni sull’architettura del museo e delle sue opere, sia attraverso lo stupore dei non-proprio-turisti nipponici, Kamoda e Kasumi. Inoltre, il manga pone al centro dell’attenzione anche il rapporto che l’uomo ha con l’arte e di come questa pervada ogni aspetto della società in modo trasversale, a prescindere dallo stato o dalla posizione geografica. Infatti, Il segno dei sogni, oltre ad essere un opera narrativamente solida, con un cast di personaggi carismatici e ben tratteggiati, è un’ode all’arte in ogni sua forma: dal fumetto – come mezzo di elezione dello stesso autore – alla scultura, passando poi alla musica, al teatro e alla pittura.

Il gloriosissimo Giappone

L’opera di Urasawa e l’intera mostra del Louvre sono un esempio delle potenzialità e della varietà che i manga hanno da offrire. Infatti, come il fumetto occidentale, quello giapponese è di una variabilità notevole. Questo è dovuto al fatto che leggere i fumetti, in Giappone, risulta essere una pratica piuttosto diffusa, tanto che si tende più a distinguere tra lettori normali ed otaku piuttosto che tra lettori e non lettori di fumetti. Quindi, il manga presenta molte sfaccettature che si manifestano in una moltitudine di generi e sottogeneri. E non stupisce che in occidente le case editrici che operano nel fumetto non tardino a pubblicare anche le opere provenienti dal paese del Sol Levante.

Come suggerivamo all’inizio, fare una classifica dei manga più importanti risulterebbe quanto meno riduttivo e irrispettoso. Dunque, come novelli Iyami, disegneremo un piccolo viaggio in un ipotetico museo del fumetto giapponese, capace di rappresentare una frazione di ciò che il Giappone ha da offrire.

Il museo del fumetto giapponese

Copertina di Hadashi no Gen
Hadashi no Gen

Il non-tour di questi manga più importanti probabilmente comincerebbe con il primo volume di Hadashi no Gen di Keiji Nakazawa: un fumetto seminale, in quanto riesce a rappresentare perfettamente le atrocità e la brutalità della guerra con un piglio autobiografico.

Si tratta infatti di un concentrato di dolori e traumi causati dal bombardamento nucleare su Hiroshima, di cui l’autore è stato testimone. Il giovane Gen (protagonista della storia) e la sua famiglia vengono devastati prima dalla bomba e poi dagli effetti che questa ha causato alla società. Nell’opera è chiara la posizione nei confronti della guerra, vista come un mezzo per arricchire i potenti a scapito della popolazione.

Coeprtina di Akira
Akira

Vicino a Hadashi no Gen si colloca Akira di Katsuhiro Ōtomo che, nonostante il setting spiccatamente cyberpunk, condivide con il manga di Nakazawa un comparto estetico di prim’ordine, gli effetti disastrosi delle bombe nucleari e una critica efferata all’arroganza dei potenti, convinti di poter (e dover) ottenere il potere assoluto, anche a scapito delle nuove generazioni.

Senza contare l’attenzione posta all’incapacità dell’uomo di poter ottenere la conoscenza assoluta e la sua difficoltà nell’accettare l’insondabilità del futuro.

Copertina di Ghost in the Shell
Ghost in the Shell

Tutto ciò si riversa in uno spiccato post-umanesimo cyberpunk, in quesiti metafisici e filosofici che permettono la nascita di un’altra opera dall’indiscusso valore artistico: Ghost in the Shell (abbreviato in GitS) di Masamune Shirow. GitS, insieme ad Akira, ha contribuito a dare forma al cyberpunk come lo conosciamo oggi.

Non solo: Shirow è riuscito a riproporre in chiave futuristica alcuni temi su cui la filosofia dibatte da secoli, come quello della separazione della mente-corpo e cosa definisce l’Io che, con l’avvento dei cyborg e del trasferimento dell’anima (definita Ghost), risultano essere questioni quanto mai interessanti.

Copertina di Astro Boy
Astro Boy

Per rimanere in tema di robot, è impossibile non dedicare un posto d’onore all’opera del maestro Osamu Tezuka, Astro Boy. Il fumetto in questione è uscito per la prima volta nel 1951, a seguito della rimozione di ogni censura da parte dell’Articolo 21 della Costituzione Giapponese.

Il piccolo robottino, tecnologicamente avanzatissimo ma anche molto ingenuo, divenne ben presto molto famoso durante i difficili anni della ripresa del paese. Tanto da diventare un simbolo di speranza e di rifiuto della guerra, rappresentando di fatto l’Articolo 9 della Costituzione Giapponese. Astro Boy divenne molto famoso anche in Occidente, tanto da ricevere parole di apprezzamento da parte di altri grandi autori come Walt Disney e Stanley Kubrick a dimostrazione della capacità dei manga di influenzare i più importanti creativi del mondo.

Copertina di Sazae-san
Sazae-san

Di fronte all’opera di Tezuka risiederebbe un manga che probabilmente ha giovato molto di più della libertà offerta dall’Articolo 21, ovvero Sazae-san dell’autrice Machiko Hasegawa, tra le prime mangaka donne.

Con il suo manga comico, Hasegawa è riuscita a divertire la società giapponese nel dopoguerra, mostrando un nuovo modello familiare attraverso la figura di Sazae e della sua famiglia. Inoltre, l’autrice è riuscita a portare avanti anche una critica al patriarcato e a parlare di femminismo in modo leggero e divertente.

Copertina di Le Rose di Versailles
The Rose of Versailles

C’è chi invece le tematiche legate al femminismo, al patriarcato e alla sessualità le ha trattate in modo più approfondito, portandole al centro dell’opera stessa. È il caso della maestra Riyoko Ikeda con The Rose of Versailles (conosciuto anche come Lady Oscar).

Ikeda ha creato un’opera romantica con un setting storico (prima e durante la Rivoluzione Francese) in cui è riuscita a parlare anche di omosessualità, disparità di classi sociali, doveri e diritti dei cittadini e del ruolo subordinato della donna. Un compito forse più difficile di altri per gli importanti temi a cui si allaccia; ma riuscito tanto splendidamente da essere considerato fondamentale anche in Occidente.

Copertina di Devilman
Devilman

Cambiando ala del museo possiamo trovarci ad osservare alcune opere un po’ più “oscure” di autori che hanno raggiunto una fama internazionale di primissimo livello. Tra questi ritroviamo Go Nagai con il suo arcinoto Devilman.

Un’opera fondamentale ritenuta tra i manga più importanti di ogni tempo, che ha influenzato diverse generazioni di artisti con il suo stile gore e blasfemo e una visione piuttosto pessimistica dell’umanità. Infatti, è riuscito ad elevare il fumetto di combattimento per ragazzi (battle shonen) rappresentando la crescita adolescenziale, la lotta al male, gli inganni della società e di come l’uomo sia estremamente bravo ad uccidere i suoi simili, specialmente se guidato dai pregiudizi.

Copertina di Berserk
Berserk

Vicino a Devilman è impossibile non apprezzare la bellezza brutale di un’opera che è stata fortemente influenzata da Nagai stesso, Berserk di Kentaro Miura.

In Berserk l’autore esplora tutto ciò che la natura umana e la moralità hanno da offrire mettendo in campo personaggi che non sono eroi o cattivi, bensì umani che arrancano nel trovare un senso alla propria esistenza. Alcuni cercano di raggiungere i propri sogni, sacrificando tutto ciò che hanno di più caro, altri cercano solo di sopravvivere.

L’opera, di fatto, riesce ad essere un perfetto specchio della società, con persone rotte nell’animo e poste in contesti quanto mai brutali. Si parla anche di amicizia, della ricerca di un gruppo di appartenenza e dell’importanza dei rapporti umani che possono sia portare alla salvezza che al totale annichilimento. Inoltre, Berserk riesce a raggiungere l’eccellenza anche sotto il profilo estetico, con tavole che non stonerebbero in delle mostre di illustrazione moderna. Inoltre, come Devilman, è caratterizzato da uno stile gore, blasfemo, capace di rappresentare orge e massacri come mai fatto prima, il tutto condito da tinte horror.

Una tavola di Berserk: a metà tra un dipinto di Hieronymus Bosch e un'illustrazione di Gustave Doré
Una tavola di Berserk: a metà tra un dipinto di Hieronymus Bosch e un’illustrazione di Gustave Doré

E parlando di horror, non possiamo non citare Junji Ito. Tra le sue opere molte sarebbero degne di essere esposte ma, per una questione di brevità, citeremo un’opera un po’ meno famosa rispetto alla sua produzione (come Tomie o Uzumaki): The Enigma of Amigara Fault.

Copertina di The enigma of Amigara Fault
The enigma of Amigara Fault

Il manga in questione è una storia breve, ma tra le più importanti di Ito: riesce, infatti, a sintetizzare il suo stile in maniera eccezionale. Si tratta infatti di un horror psicologico che mostra come non servano killer spietati o scene gore per incutere paura e orrore nel lettore, ma è sufficiente rappresentare ciò che giace nel profondo dell’animo umano.

E lo fa, in quest’opera, sfruttando dei buchi in una montagna dalla forma vagamente umana, che molte persone definiscono essere fatti su misura per loro, entrandovi per non fare più ritorno. Sono molte le chiavi di lettura di questo fumetto: dall’incontrollabilità dei comportamenti compulsivi, al desiderio di autodistruzione di freudiana matrice, sino ad arrivare al sentimento che più di tutti spinge l’uomo nell’ignoto: la curiosità.

Sempre in tema horror, con una declinazione grottesca ed erotica, è possibile trovare le opere del maestro Suehiro Maruo, dei cui manga più importanti abbiamo parlato in maniera approfondita su Pop-Eye.

Come è possibile vedere da questo piccolo tour virtuale, le opere da annoverare come imprescindibili capolavori risultano essere molte più di quante si possa pensare. Sarebbero da citare anche le opere di Inio Asano, che è riuscito a rappresentare la disillusione di una generazione attraverso racconti intimi ma anche surreali e realistici allo stesso tempo. Anche opere introspettive come L’uomo senza talento di Yoshiharu Tsuge che rappresenta lo scontro tra la dimensione dei sogni e la dura realtà. Imprescindibile è anche l’opera comica Great Teacher Onizuka (G.T.O.) di Tōru Fujisawa. Con il suo stile sopra le righe, l’autore è riuscito a spacchettare la società giapponese e a criticarne gli aspetti più più marci, ponendo una forte attenzione al sistema scolastico e ai problemi giovanili, spesso ignorati dagli adulti.

Ovviamente, in un ipotetico museo che voglia concentrarsi sui lavori più importanti dovrebbero essere presenti anche le opere che hanno contribuito a far conoscere il manga al di fuori del Giappone: Dragon Ball (di Akira Toriyama) prima e One Piece (di Eiichirō Oda) e Naruto (di Masashi Kishimoto) poi. Questi sono fumetti che non hanno bisogno di presentazioni e vantano una popolarità e una fama pari a quelle dei fumetti Marvel e DC. Sono entrati di prepotenza nell’immaginario comune, hanno appassionato milioni di ragazzi/e e continuano ad influenzare le nuove generazioni di fumettisti, anche occidentali.

Arte e serializzazione

Copertina del volume 102 di One Piece, uscito il 04/04/22
Il Volume 102 di One Piece è uscito quasi 25 anni dopo il Volume 1

Nonostante il riconoscimento del fumetto come arte, molto spesso esso è soggetto alle decisioni della casa editrice e del pubblico. Questo è un fenomeno molto diffuso in Giappone, dove gli editori hanno ampi poteri decisionali sulle scelte legate ai manga, a prescindere dalla volontà dell’autore.

Questo approccio è finalizzato a serializzare quanto più a lungo possibile un manga che sembra incontrare il piacere del pubblico, e che quindi venga poi avvertito come tra i più importanti. Ad esempio, One Piece continua ad essere serializzato dall’autore originale, dopo più di vent’anni dalla pubblicazione del primo capitolo. Altre opere più piccole, invece, se non riscontrano il favore dei lettori sulle testate settimanali (o mensili) di manga vengono cancellate. A prescindere dalle potenzialità artistiche dell’opera.

Questa attitudine porta i mangaka ad essere totalmente assorbiti dal loro lavoro per riuscire a sostenere la serializzazione settimanale (o mensile), cercando di mantenere un livello qualitativo elevato. Tutto ciò si traduce in una schedulazione del proprio lavoro ai limiti dello schiavismo: poche ore di sonno, ferie praticamente inesistenti e più di 10 ore di lavoro al giorno per poter consegnare il capitolo in tempo per la pubblicazione. Tutto ciò, rispettando anche le decisioni editoriali imposte dall’alto. Non sono pochi gli autori che accusano a livello fisico e mentale questi ritmi, come il compianto Kentaro Miura che non solo ha finito per odiare la propria opera, ma l’ha persino portato al karoshi, ovvero la morte per troppo lavoro.

Ovviamente queste condizioni di lavoro impensabili non sono solamente frutto delle imposizioni delle case editrici, ma è un problema ben più ampio della società giapponese. Infatti, in Giappone c’è un forte senso di responsabilità che porta a mettere in primo piano i bisogni della comunità a discapito di quelli del singolo. Questo è può essere un sentimento encomiabile che porta i giapponesi ad essere un popolo estremamente rispettoso e con un forte senso civico. Troppo spesso, però, viene portato all’estremo, di fatto annichilendo l’individuo per soddisfare la società. Questo è riscontrabile soprattutto in ambito lavorativo, dove i dipendenti sono portati a ritmi di lavoro estenuanti (anche autoimposti) che possono sfociare nella distruzione della sfera privata fino ad arrivare al karoshi.

Non mancano le eccezioni, ma l’augurio è che la situazione possa migliorare dopo questo ennesimo riconoscimento internazionale da parte di un centro artistico quale è il Louvre.

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