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Non ti muovere: l’amore tossico di un uomo da niente

Resta fermo dove sei, lettore. Non ti muovere.

Non soffermarti su titoloni da rotocalco come “premio strega” o “best-seller”e continua a leggere.

Aspetta. Affonda mani e viscere in questa storia malconcia.

Aspetta, e lascia che queste righe ti raccontino dell’amore disperato e slombato di due anime che potevano incontrarsi solo in uno di quei mondi forgiati nell’inchiostro e nell’anima di una penna.

Aspetta. Non ti muovere.


Non ti muovere.

Timoteo: il chirurgo, il padre e l’Io

Timoteo è solo un chirurgo prima dell’arrivo di sua figlia in sala operatoria per un incidente in motorino. Rimpinza il suo fragile ego con la stima dei colleghi e nasconde la sua inettitudine emotiva sotto le cuciture inamidate e candide del camice bianco.

Poi però succede che Angela, la sua Angela, sbalza dalla sella del motorino e cade giù, lasciando sull’asfalto bagnato la pozzanghera della sua vita vigile. Neanche l’onnipotenza del camice può continuare a proteggere il padre e l’uomo che si dibattono in perpetua lotta in quel corpo un po’ ammaccato di maschio di mezza età. La paura prima lo spoglia con le sue mani ossute e gelide, poi lo mostra al lettore con la sua anima nuda in bella mostra.

Timoteo sceglie di non assistere all’intervento. L’ospedale lo proibisce, il cuore lo rende impossibile. S’aggrappa al chirurgo per qualche riga, giusto il tempo di pregare una collega di “restituirgliela dignitosamente” nel caso Angela non dovesse farcela.
Ma la supplica è un segreto di Pulcinella, e basta poco per precipitare in se stesso.

In luoghi della mente che aveva messo sottochiave tanti anni prima.

Due interventi

Periodi brevi e immagini nitide portano il lettore in due sale operatorie speculari. La prima piena di macchinari e inzuppata nel disinfettante, la seconda fetida di sensi di colpa e sotto scacco della memoria con il suo pessimo senso dell’umorismo.

Il dolore indicibile di quei momenti funge da catalizzatore per un viaggio nel momento in cui la vita di Timo è cambiata irrimediabilmente; il momento in cui una donna si è infilata in quella voragine mannara che aveva al posto dell’anima. Il momento in cui ha incontrato Italia.

Oltrepasso il vetro e ti sono accanto. Sono un padre qualunque, un povero padre sfondato dal dolore, senza saliva in bocca, sudato e freddo tra i capelli. È qualcosa che non può andare giù, resta in stallo in un vago limbo di stupore. Sono in bambola, in embolia di dolore.

Margaret Mazzantini-Non ti muovere-Mondadori. capitolo 1

In questo andirivieni tra passato e presente Margaret Mazzantini porta il protagonista e narratore dell’intera storia in entrambi i mondi descritti.

All’asetticità della sala operatoria si contrappongono le cacosmie di amplessi violenti e della povertà assoluta e angosciante dei talami improvvisati.

Alla grazia accorata e impacciata delle parole che rivolge alla figlia si contrappone l’accuratezza chirurgica e feroce con la quale si libera dei suoi pensieri più oscuri e delle sue piccole grandi meschinità di uomo inadatto alla purezza dell’amore.

Tu non la conosci, è passata nella mia vita quando ancora non c’eri, è passata ma ha lasciato un’impronta fossile. Voglio raggiungerti, Angela, in quel limbo di tubi dove ti sei coricata, dove il craniotomo scassinerà la tua testa, per raccontarti di questa donna.

Ibidem capitolo 1

L’accuratezza delle immagini descritte dall’autrice crea una sorta di “sottosopra” interiore, all’interno del quale ciò che prima era rozzo e inadeguato diventa sublime poesia, e ciò che era elegante e melodioso diventa un suono distorto e disturbante.

Questa narrazione “allo specchio” è una delle cifre stilistiche del romanzo ed è una formula che accompagna e contraddistingue l’intera storia, anche quando fanno la loro comparsa altre figure che allargano la platea dei personaggi.

Ogni elemento del paesaggio narrativo si capovolge e si storpia a seconda dello stato d’animo del protagonista; l’opulenza lessicale della Mazzantini scongiura il pericolo di rendere la scrittura macchinosa, regalando al lettore una caduta libera nel passato di un uomo qualunque, che incontra una donna da niente e la divora perché non sa domare la sua fame d’amore.

Dalla cellulosa alla pellicola

Quando si parla di Non ti muovere, è quasi impossibile impedire alla mente di ricordare l’omonimo film e il relativo tormentone musicale cantato da Vasco Rossi.

L’amore sporco e sacro di Timoteo ed Italia.

Eliminate però le chiacchiere da comari su come siano riusciti a rendere brutta Penelope Cruz e su chi vincerebbe un’ipotetica disputa musicale tra Vasco e Ligabue, il film di Sergio Castellitto è uno dei rari esempi in cui la versione cinematografica non delude rispetto alle pagine del libro.

Servirebbe a poco giocarsi la carta degli gnorri e fingere che il rapporto tra il regista e l’autrice non abbia giocato un ruolo predominante nella buona riuscita della pellicola. È altrettanto vero, però, che tutti gli attori siano entrati a tal punto nelle trame segrete del libro da fondersi completamente con i loro alter ego letterari, annullando completamente il gap tra azioni raccontate e azioni recitate.

La morte come deus ex machina

Quello raccontato da Margaret Mazzantini non è un amore che fa sognare e non ci sono uomini impavidi che compiono imprese eroiche. La storia di Timoteo ed Italia è una storia malata, figlia del bisogno e della dipendenza affettiva. La prosa dell’autrice dipinge minuziosamente personaggi pieni di crepe e lo fa in maniera così spietata da non permettere al fruitore di provare nessun tipo di clemenza nei confronti di un uomo egoista e disperato. Il lettore davvero non sa cosa farsene di quell’anima rattoppata che graffia la pelle e troppo spesso si nasconde dietro la meschinità e la violenza, pur di non raccontarsi la verità per quella che è.

La morte e il dolore assumono il ruolo di deus ex machina. Arrivano nella storia con una forza narrativa incredibile, armati di perdono e misericordia: restituiscono dignità e una purezza, seppur sbilenca, ad una storia amara e cruda come solo la vita vera sa essere.

Anamnesi di uno stile narrativo

La scrittura dell’autrice è ricca di stilemi narrativi che riempiono ogni cellula del tessuto connettivo delle pagine del romanzo. Questo eterno ritorno di luoghi e immagini olfattive non riduce la narrazione a un esercizio di stile, ma rende la storia ancora più intima. Fungendo quasi da carezza per il lettore, dopo i tanti calci sotto la cintola assestati dalle vicende raccontate.

La penna della Mazzantini non è affatto ruffiana. Volteggia furiosa sulla carta, si dibatte e cresce nella placenta del racconto fino ad uscire dalla carta e diventare materia nell’anima di chi legge.

Si arriva con il fiato corto alla fine del libro, e con gli occhi annacquati da lacrime pesanti come marmo. Il cuore fatica non poco per tornare alla sua routine di muscolo necessario; ed è solo dopo che il respiro ha ritrovato il suo ritmo che la mente realizza di avere ancora fame. Una fame nostalgica.
È la voglia di leggere ancora, di sapere ancora, di soffrire ancora, di riconciliarsi ancora con la vita. Un’altra volta.
Grazie a Italia, la Madonna con i piedi sporchi e i capelli di rafia che è tornata dalla morte per perdonare Timoteo, per salvare Angela e per sorridere finalmente in pace.


Adesso puoi muoverti, lettore. Non aspettare più.

Lascia che il respiro torni a musicarti il petto. Fai riposare le mani che hanno frugato tra le viscere insanguinate sparpagliate sulle pagine.

Respira e permetti alla violenza di diventare dolcezza.

Respira e ascolta come il ritmo dei rumori della tua anima e del silenzio si fa così equilibrato da sconfinare nella pura arte.

Respira. Muoviti.

SL

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