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Uomini che creano mostri, tra orrore e psicanalisi

Per arrivare ai mostri è necessario partire da ciò che Zvetan Todorov scriveva nel 1970.
Precisamente da qui:

I temi della letteratura fantastica sono diventati esattamente quelli delle ricerche psicologiche degli ultimi cinquant’anni.

Da “La letteratura fantastica“, pag. 164.

La letteratura, in particolar modo quella fantastica, è da sempre terreno fertile per l’analisi dell’interiorità umana. Non stupisce dunque che alcuni romanzi abbiano anticipato di decenni le teorie poi sviluppate dalla psicoanalisi. Come spiega Aldo Carotenuto, “le figure che popolano il fantastico non sarebbero che proiezioni, rappresentazioni fantasmatiche di paura e desideri che il soggetto non può riconoscere in se stesso e che colloca fuori di sé”.1

Parlando di paura, non si può non pensare ai mostri che popolano il fantastico, e al successo che le loro storie hanno ottenuto e continuano a ottenere nel tempo. Leggere le narrazioni di creature mostruose permette di entrare in contatto con i propri desideri nascosti e le proprie angosce in totale tranquillità, senza esporsi a un pericolo reale. La letteratura fantastica, in questo senso, è capace di porci faccia a faccia con il proprio Es, l’istanza psichica delle pulsioni, senza mettere in pericolo l’Io, quella che si occupa dell’adattamento alla realtà interna ed esterna.2 Tutto ciò ha un duplice effetto: concretizzare le proprie paure permette di affrontarle, mentre visualizzare il proibito grazie all’immaginazione spinge ad appagare i propri desideri senza dover cercare compiacimento nella realtà esterna, spesso non soddisfacente.

La letteratura fantastica ha affrontato i mostri da diverse prospettive. Per questioni di spazio, in questo articolo ci concentreremo su quelli creati dall’uomo. Ciò che spinge quest’ultimo a sfidare le leggi della natura è quasi sempre l’ambizione; eppure, scavando più in profondità, si può notare come in tutte le storie gli scienziati bramosi di sapere siano stati burattini mossi dall’incomprensione che ha riservato loro la società.

Frankenstein, l’uomo che si sostituisce al dio e crea un mostro

Nel 1818 viene pubblicato Frankenstein, il primo romanzo di Mary Shelley. Uno scienziato, in preda al desiderio di conoscenza e all’ambizione, crea un essere vivente assemblando parti di cadaveri prelevati da cimiteri. Il desiderio di conoscenza si trasforma ben presto in delirio di onnipotenza e porta Victor Frankenstein a creare un essere grottesco, senza porsi domande sulle conseguenze. Durante la realizzazione, infatti, lo scienziato è assorbito dal suo lavoro e si concentra solo sulla gloria che ne ricaverà.

Quello tra la vita e la morte mi appariva adesso come un confine astratto nel quale io per primo avrei fatto breccia, per riversare sul nostro mondo all’oscuro un torrente di luce. Una specie a venire mi avrebbe benedetto, riconoscendomi come suo creatore, come la sua origine: molti esseri felici e di egregia natura avrebbero dovuto a me la loro esistenza.

Da “Frankenstein“, pag. 52

L’uomo si sostituisce quindi al dio e crea la vita, “ma non ha ancora fatto tesoro dell’insegnamento insito in tanti miti e leggende: dal momento in cui si genera una creatura vivente, fatalmente si scatenerà una forza che si rivolterà verso il suo stesso creatore”.3
In Frankenstein, già prima della creazione, tutto assume un aspetto sbagliato e correlato alla morte.

Lo scienziato si reca in cimiteri, saccheggia tombe, cerca la vita nella decomposizione.
Frankenstein si rende conto dell’errore fatto appena vede il mostro che ha creato, ma ormai è tardi e non può far altro che pagare le conseguenze.

“Frankenstein’s Monster” di Dick Bobnick

Rifiutato dal suo creatore e da tutti gli uomini che incontra, l’abominio non trova altra soluzione che vivere per vendicarsi dei torti subiti. Così la creazione di una vita porta alla distruzione, e quindi alla creazione della morte. Lo scienziato non può sostituirsi alla divinità.

È interessante chiedersi come mai uno scienziato, che viveva in una condizione agiata, abbia sentito la necessità di sconvolgere il proprio equilibrio. All’inizio del romanzo si percepisce che a Frankenstein manchi qualcosa e, andando avanti, si scopre che si tratta dell’accesso ai suoi istinti primordiali e disprezzabili. Frankenstein proietta nella creatura tutto quello che non può accettare di sé.
Il mostro è l’Ombra del suo creatore.

Un’Ombra nutrita di paura e sensi di colpa per ora solo inconsci, e di tutto ciò che Victor non sa riconoscere in sé, non accetta, ciò di cui non è cosciente – il suo delirio di onnipotenza che sacrifica gli altri, la sua sostanziale anaffettività – al punto da isolarlo in qualche modo dal mondo reale.

Fuoco e carne di Prometeo. Incubi, galvanisti e Paradisi perduti nel Frankenstein di Mary Shelley, Franco Pezzini, pag. 199

Quando si ritrova davanti alla propria Ombra, Frankenstein scappa terrorizzato, incapace di accettare l’oggettivazione della sua parte peggiore. A differenza di quanto si verifica in molte opere letterarie, il mostro non è qualcosa di esterno all’Io, ma ciò che l’Io vuole allontanare da sé. Il pericolo nasce quindi da un uso errato della razionalità: è l’Io stesso a crearlo.4

La creazione del mostro rappresenta il tema del doppio incentrato sulla dicotomia adulto-bambino. Il mostro è la parte bambina dello scienziato: più che un essere spregevole, è in prima istanza un infante che cerca il suo posto nel mondo. Nel romanzo, il mostro nasce come una creatura buona, che ama la natura ed è affascinato dagli uomini. Tuttavia, poiché viene rifiutato da tutti, anche dal suo creatore, non può far altro che abbandonarsi alla sua parte peggiore. Infatti, anche se nato buono, condivide con il suo creatore “le fragilità nervose, il logorio psicologico e l’incapacità di controllare corpo e mente”.5

Come evidenzia Massimiliano Paris, con lo scorrere delle pagine il tema del doppio diventa sempre più definito e si incentra sulla dicotomia uomo-donna. Il mostro rappresenta il mondo femminile che si affida alla sfera emozionale per prendere decisioni, in contrapposizione a Frankenstein che usa la propria conoscenza, e quindi si affida alla sfera del razionale, per rendere l’uomo immortale.6

Jekyll, l’uomo che separa da sé la sua componente mostruosa

Nel 1886, viene pubblicato Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde di Robert Louis Stevenson.
Lo scienziato Jekyll non riesce ad accettare la sua parte più istintiva e brutale, il suo Es. Miscelando diverse sostanze chimiche ottiene una pozione che gli permette di conferire un’esistenza distinta alla sua parte malvagia di cui vuole liberarsi. Nasce perciò Hyde, un mostro molto più simile all’uomo rispetto a quello ideato da Mary Shelley. Hyde è fatto di malvagità, ma è una creatura a tutti gli effetti umana.

Il signor Hyde era pallido e un po’ sbilenco; dava l’impressione della deformità senza alcuna imperfezione nettamente definibile, il suo sorriso era sgradevole, egli si era comportato nei confronti dell’avvocato con un esecrabile misto di timore e di sfacciataggine, e parlava con una voce rauca, sussurrata, alquanto aspra. Erano altrettanti particolari a suo discapito. Ma anche a metterli tutti insieme, non riuscivano a giustificare la ripugnanza fino allora sconosciuta, l’avversione e la paura che il signor Utterson aveva provate nell’osservarlo.

Da “Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde“, pag. 24

È sempre l’ambizione a muovere il dottor Jekyll, ma in questo caso, più che dalla sete di conoscenza, lo scienziato è motivato dal desiderio di sovvertire un ordine precostituito.

Jekyll, dominato dal suo Super-io, l’istanza psichica costituita dai modelli comportamentali, non accetta la sua condizione di gentiluomo impuro, e, spinto dalla società giudicante, sente la necessità di trovare una soluzione che gli permetta di diventare ciò che gli altri si aspettano che lui sia, senza però rinunciare a ciò che vuole.

Il tema del doppio è quindi incentrato sulla dicotomia irrazionale-razionale. Più che trasformarsi in Hyde, Jekyll proietta in lui un concentrato di pura malvagità.7 Il contrasto è reso chiaro anche dalla differenza di corporatura. Jekyll è alto e robusto, Hyde è piccolo e deforme. Il mostro quindi è parte del suo creatore.

Il Dr. Jekyll e Mr. Hyde

Se ciascuno di essi, mi dicevo, potesse venire alloggiato in distinte entità, la vita si troverebbe liberata da tutto ciò che è insopportabile: l’iniquo potrebbe andarsene per la sua via, libero da aspirazioni e dai rimorsi del suo gemello più rigorosamente virtuoso; e l’uomo giusto sarebbe in grado di procedere con maggiore fermezza e speditezza sul suo sentiero superiore, a compiere le buone cose che predilige, senza più essere esposto al disonore e al castigo per colpa di quel male che gli è estraneo.

Ibidem, pag. 91

Jekyll non può annientare in modo definitivo la sua controparte negativa e, per controllarla, ha bisogno di vederla oggettivata o meglio ancora personificata.8 9 A differenza di Frankenstein, non si pente subito delle sue scelte. All’inizio approfitta del risultato ottenuto per dare libero sfogo ai suoi desideri e si illude di poter gestire Hyde come meglio crede. A riprova di quanto il suo bisogno di scindere le sue due personalità sia frutto delle pressioni sociali, Jekyll capisce di aver commesso un grave errore solo quando le azioni di Hyde iniziano a ripercuotersi sulla sua reputazione.

Con Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde, Stevenson mette in scena le istanze psichiche della personalità umana e i rischi che seguono la loro non integrazione. In particolare, anticipando di decenni le teorie di Freud, mostra quanto sia pericoloso reprimere l’Es, e come farlo possa portare alla disintegrazione dell’Io.10 11

Così di giorno in giorno ed attraverso le due forme, morale e intellettuale, del mio spirito, andai facendomi costantemente più vicino a quella verità, dalla cui parziale scoperta sono stato condannato a un così mostruoso naufragio: che l’individuo umano in verità non è uno ma due. Dico «due», perché lo stadio della mia conoscenza non giunge oltre quel punto. Altri seguiranno, altri mi supereranno sulla stessa direttrice; ed io arrischio l’ipotesi che l’uomo finirà con l’essere conosciuto come un mero aggregato di entità multiformi, incongrue e indipendenti l’una dall’altra.

Ibidem, pag. 90

Jekyll non si limita ad espellere la sua realtà istintiva proiettandola al di fuori di sé e creando, quindi, il proprio Doppio; al contrario, assume anche un atteggiamento morale nei confronti del Doppio, attribuendo ogni cattiva azione esclusivamente a Hyde.12

La non accettazione di Hyde come parte di sé e la necessità di espellerlo ha conseguenze disastrose. Infatti, con il passare del tempo, Hyde prenderà sempre più potere, e le trasformazioni sfuggiranno al controllo di Jekyll, diventando frequenti e imprevedibili. Confrontarsi con il proprio lato istintivo permette all’Io di crescere, ma espellerlo porta la parte negativa ad assumere vita propria con il rischio per l’Io di diventarne schiavo.13Nel romanzo si nota come per Jekyll sia difficile rinunciare a Hyde, perché la rinuncia comporta la soffocazione dei suoi desideri. Il contrario non vale per Hyde, il quale vede Jekyll come un peso. Poiché Jekyll e Hyde non riescono a convivere, l’unico risultato possibile è il loro reciproco annientamento.

Griffin, l’uomo che si trasforma in un mostro per colpa dei suoi esperimenti

Nel 1897 viene pubblicato L’uomo invisibile di H. G. Wells. Il dottor Griffin, dopo anni di esperimenti, crea un siero in grado di conferirgli l’invisibilità. Una volta ottenuto il risultato sperato, lo scienziato dà adito alla sua sete di potere e inizia a rubare e poi a terrorizzare gli abitanti di alcuni villaggi. La sicurezza di rimanere impunito gli permette di vagliare la possibilità di instaurare un regno del terrore con lui a capo.

Griffin non si pente della sua scelta di trasgredire le regole: lui mira a perfezionarla. Il mostro non è più una proiezione esterna al suo creatore: il mostro è lo scienziato.

Non stupisce, quindi, che la confessione di Griffin richiami Frankenstein non per i deliri dello scienziato, quanto per la solitudine che prova la creatura. Come la creatura, Griffin reagisce all’isolamento con rabbia e violenza e con il desiderio di vendetta sull’intera umanità.14

“The Invisible Man”, di Gary Cadima.

Il punto è questo: ormai tutti sanno che c’è un uomo invisibile, come lo sappiamo anche noi. Quell’uomo invisibile, Kemp, dovrà ora instaurare il regno del terrore. Sì! Naturalmente è una cosa che può sorprendere, ma intendo proprio questo: un regno del terrore. Il terrore deve prendere qualche città, come Burdock, ad esempio, spaventarla e dominarla. Deve emanare i suoi ordini… […] Tutti quelli che disobbediranno ai suoi ordini, saranno uccisi insieme con quelli che li difenderanno.

L’uomo invisibile, pag. 156

H. G. Wells mostra un uomo affetto dal disturbo narcisistico della personalità e ne evidenzia il suo essere diverso dal resto degli esseri umani già prima della trasformazione in uomo invisibile. Griffin è albino e non riesce a vedere gli altri come suoi simili. Si sente solo, non vorrebbe essere diverso dagli altri. Come se non bastasse ha anche problemi economici che lo portano a derubare il padre: quest’ultimo si toglierà poi la vita a causa dei debiti.

Non mi sentivo affatto addolorato per mio padre. Mi pareva una vittima del suo stesso sciocco sentimentalismo. La solita ipocrisia richiedeva la mia presenza al funerale, ma in fondo non era affar mio. […] Ero contento della mia mancanza di comprensione per gli altri, anzi la attribuivo alla banalità della loro vita.

Ibidem, pag. 118

Griffin è incapace di vedere cosa accade fuori da se stesso e, poiché è abituato solo all’immagine che ha di sé, non riesce a relazionarsi con nessun altro. Gli effetti del narcisismo patologico si riflettono su tutti i personaggi che lo circondano. Vediamo la trasformazione degli innocui abitanti del villaggio di Burdock in persone aggressive, disposte a tutto pur di liberarsi dello straniero, di quell’essere diverso che minaccia le loro vite. Proprio il tema del diverso introduce la dicotomia carnefice-vittima.

Nell’Uomo invisibile il tema del doppio è molto sottile. Griffin oscilla tra la convinzione di essere l’uomo più forte del mondo e quella di essere una vittima della società. La dicotomia carnefice-vittima espressa da un solo personaggio crea un effetto interessante. A volte si prova odia per Griffin, altre volte è impossibile non capire le sue difficoltà e quindi entrare in empatia con lui.

Con uno sguardo più attento, si può notare che Griffin vorrebbe solo essere considerato parte della comunità e che i suoi deliri di onnipotenza derivino dall’incapacità della società di accettare il diverso. Come scrive Nicoletta Vallorani, “un’identità che si sente non riconosciuta o maltrattata di necessità cercherà di mettere in atto meccanismi di riequilibrio, e questi meccanismi potranno essere dirompenti per il contesto sociale cui il soggetto in questione appartiene”.15

In questo breve viaggio nelle vite fittizie di scienziati che sovvertono le regole della natura abbiamo visto come la psicoanalisi e la letteratura fantastica siano molto più vicine di quanto si pensi. I mostri sono l’espediente per analizzare le sfaccettature della personalità e per mettere in scena meccanismi di azione e reazione in situazioni dove ad avere la meglio è la paura di essere catalogato come diverso. In queste storie il vero mostro non è altri che la società, colpevole di non vedere oltre l’aspetto della creatura di Frankenstein, di non tollerare i desideri nascosti di Jekyll e di non accettare la diversità di Griffin.

VI


NOTE:

1 Da Il fascino discreto dell’orrore: Psicologia dell’arte e della letteratura, Aldo Carotenuto.

2 Freud parla di tre istanze psichiche: Es, Io e Super-io. La terza, il Super-io, è l’istanza che agisce da giudice e censore dell’Io, e che rappresenta la morale.

3 Da Il fascino discreto dell’orrore: Psicologia dell’arte e della letteratura, Aldo Carotenuto.

4 Frankenstein si inserisce nel gruppo di opere che trattano l’alterità demoniaca come qualcosa che proviene dall’Io. Per approfondire: La letteratura fantastica, Tvezan Todorov, capitolo 7: I temi dell’io.

5 Da Fuoco e carne di Prometeo. Incubi, galvanisti e Paradisi perduti nel Frankenstein di Mary Shelley, Franco Pezzini.

6 Da una riflessione contenuta in Viaggio al centro delle tenebre. Dracula, Frankenstein, Jekyll, Dorian Grey tra Eros e Thanatos. I mostri tra letteratura, psicoanalisi e quotidiano, Massimiliano Paris.

7 L’idea di Hyde come proiezione viene trattata da Vladimir Nabokov in Lezioni di letteratura.

8 Per approfondire: Il fascino discreto dell’orrore: Psicologia dell’arte e della letteratura, Aldo Carotenuto.

9 Questa necessità è condivisa da chiunque soffra di profondi stati d’ansia o di depressione.

10 Nel ventesimo secolo, a decenni di distanza dalla pubblicazione del romanzo di Stevenson, anche lo psicoanalista Carl Gustav Jung parlerà dei rischi di non accettare la propria Ombra.

11 Da Viaggio al centro delle tenebre. Dracula, Frankenstein, Jekyll, Dorian Grey tra Eros e Thanatos. I mostri tra letteratura, psicoanalisi e quotidiano, Massimiliano Paris.

12 13 Per approfondire, ancora: Il fascino discreto dell’orrore: Psicologia dell’arte e della letteratura, Aldo Carotenuto.

14 Dalla prefazione di Carlo Pagetti a L’uomo invisibile, di H. G. Wells, Fanucci Editore.

15 Dalla prefazione all’antologia La fanta-scienza di H. G. Wells: La macchina del tempo – L’isola del dottor Maoreau – L’uomo invisibile – La guerra dei mondi – I primi uomini sulla luna, a cura di Daniele Croci.

Le citazioni dei tre romanzi in esame sono tratte dalle edizioni della collezione RBA I Primi Maestri del Fantastico. Di orrore abbiamo parlato su Pop-Eye anche qui, qui e qui.

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