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La fatale attrazione del True Crime va oltre le Serie TV

Il True Crime è un genere che terrorizza e incanta milioni di persone in tutto il mondo: tantissimi sono i podcast, i romanzi, i film, le Serie TV e i saggi che spopolano tra le piattaforme streaming e le librerie. Fanno presa, generalmente, su un’ambivalenza nella “consumazione” di prodotti ascrivibili al genere: brividi e appagamento, spavento e sorpresa, attenzione e morbosità.

Variopinti sono anche i temi trattati: dai casi irrisolti che arrovellano i numerosi Reddit investigators (coloro che popolano l’omonima piattaforma di teorie e soluzioni), a quelli con un lieto fine in cui la giustizia fa il suo corso e, nelle situazioni più fortunate, le vittime riescono a trarsi in salvo spesso in modo rocambolesco. Un elemento cardine del genere è che i casi sono pressoché infiniti in quanto lo sono anche le azioni brutali e efferate compiute dal genere umano nella sua storia più o meno recente.

Dahmer – Mostro: la storia di Jeffrey Dahmer è solo la punta dell’iceberg rispetto ai tanti prodotti che trattano di crimini e criminali seriali; gli stessi che riempiono sia il piccolo che il grande schermo.
Ed è il punto, simbolico, da cui iniziare la nostra analisi.

Dahmer – Mostro: la storia di Jeffrey Dahmer, il ritratto di un serial killer

La mente del produttore esecutivo Ryan Murphy ha partorito un nuovo prodotto ascrivibile, senza alcuna remora, al genere True Crime. Il riferimento (piuttosto ovvio) è al recente adattamento, disponibile su Netflix da poco di una settimana, Dahmer – Mostro: la storia di Jeffrey Dahmer. Le dieci puntate coprono tutta la vita del criminale, soprannominato “il cannibale di Milwaukee” per via del suo modus operandi, consistente nel consumare parti di carne appartenenti alle sue numerose vittime.

La serie si apre con un tentato omicidio del carnefice, presentando allo spettatore tutta una serie di puntate che abilmente alternano momenti del presente e del passato. Ripercorre, insomma, tutta la carriera criminale del mostro, morte in carcere compresa. Evan Peters – già noto per le sue prove attoriali in ruoli piuttosto inquietanti nella serie antologica American Horror Story (sempre prodotta da Murphy) – realizza un’ottima performance attoriale, pesante e intensa, interpretando lo stesso sbadato omicida che ha inanellato un numero vertiginoso di vittime – ben diciassette – complice anche la mancata attenzione da parte della polizia e delle autorità per i suoi obiettivi prediletti. E cioè giovani uomini perlopiù afroamericani, o appartenenti a minoranze etniche, che frequentavano i locali omosessuali di Milwaukee.

Sebbene Dahmer manifesti una quasi totale inefficienza nel nascondere le prove, continuerà ad agire in completa libertà per diverso tempo, almeno un anno. Ciò accade nonostante la vicina di casa Glenda Cleveland, interpretata da una superba Niecy Nash, presenti al proprietario dello stabile rimostranze circa il terribile fetore e i rumori sospetti provenienti dall’appartamento 213, quello occupato dal serial killer, con tanto di segnalazioni al 911; il tutto senza ottenere risultati.
Questo è inequivocabilmente segno del privilegio bianco di cui Dahmer godeva in quanto uomo di razza caucasica tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta.

Evan Peters nei panni di Jeffrey Dahmer.

La serie mantiene uno sguardo oggettivo, privo di filtri; racconta le inadeguatezze della polizia americana e dà ampio spazio alle famiglie delle vittime. La narrazione – pur non cronologica per via dei numerosi flashback – riesce a rimanere limpida e coinvolge emotivamente lo spettatore in modi anche contrastanti tra loro. Ansia, angoscia, panico, curiosità, interesse, disgusto, repulsione, rabbia: queste solo alcuni dei sentimenti che vengono sollecitati durante la visione e, al termine, lo spettatore è in grado di farsi un’idea piuttosto chiara della personalità disturbata del serial killer.

Molti sono gli interrogativi che si generano sia durante che al termine della visione:
Dahmer ha una natura malvagia o è stato plasmato dall’infanzia violenta e dall’adolescenza solitaria?
Le vittime sono state scelte casualmente o il tutto è frutto di un pattern criminale?
Si poteva intervenire prima che il body count superasse la doppia cifra?

Sono quesiti che rimangono aperti, irrisolti o che non vanno certo definiti in questa sede. Va, tuttavia, sottolineata ancora una volta la potenza del genere True Crime, capace di mettere il fruitore di fronte alla mostruosità che il genere umano è in grado di compiere, e spingendolo a una riflessione profonda sul male che circonda ogni aspetto della vita.

Le vittime di Jeffrey Dahmer.

La serie è un must watch per gli appassionati, ma è sconsigliato il binge watching se lo stomaco, e l’animo, non reggono dosi di violenza così acute. Numerosissimi i trigger warning che, infine, sono da anteporre alla visione: cannibalismo, violenza su animali, violenza su minori, alcoolismo, abuso di droghe, violenza della polizia, razzismo, omofobia.

Non una serie all’acqua di rose, insomma, ma un ottimo prodotto che oltre al genere True Crime è associabile a quello del documentario storico, portando con sé molte delle atmosfere e delle condizioni socio-culturali dell’ultimo ventennio del secolo scorso.

Unbelievable, come catturare uno stupratore seriale tutelandone le vittime

[DISCLAIMER: seguono spoiler su Unbelievable]

Insieme al caso Dahmer, va segnalata un’altra produzione Netflix: la miniserie di sei puntate intitolata Unbelievable, del 2019, che tratta dell’investigazione operata dalle detective Karen Duvall, di Golden in Colorado, e Grace Rasmussen, di Westminster in Colorado, interpretate rispettivamente da Merritt Wever e Toni Collette. L’adattamento è leggermente romanzato – in quanto vengono modificati i nomi dei protagonisti e dei luoghi coinvolti nella drammatica vicenda – e proprio quest’ultima viene tratta dalla serie di stupri perpetrati da Marc Patrick O’Leary, tra lo stato del Colorado e quello di Washington.

Locandina della serie Unbelievable.

Le pubblicazioni di T. Christian Miller e Ken Armstrong – cioè un primo articolo del 2015 An Unbelievable Story of Rape , vincitore del premio Pulitzer l’anno seguente, e il successivo libro del 2018 “A False Report” – sono il materiale di partenza per questa toccante e intensa miniserie, che si pone nettamente dalla parte delle vittime e delle due detective che tenacemente si occupano delle indagini.

Siamo di fronte a un trio di protagoniste: la serie ci presenta subito, oltre alle due detective che vengono introdotte in un secondo momento, la prima vittima, ovvero la giovanissima Marie Adler (interpretata da Kaitlyn Dever, conosciuta anche per il suo ruolo di Betsy Mallum in Dopesick).
Pressata dalla violenza implicita dei due detective che seguono il suo caso, si vede costretta a compiere un atto illegale: quello della ritrattazione della propria testimonianza, producendo un false report perseguibile per legge.

Sebbene le tre, Marie e le detective, non abbiano modo di interagire tra loro, escludendo un toccante momento nel finale, è attraverso il loro punto di vista che viene rappresentata l’intera serie.

Il duo Duvall-Rasmussen, dopo iniziali e naturali attriti, arriva a collaborare pienamente: pur lavorando in due distretti diversi della polizia del Colorado, si troveranno a indagare su un caso di stupro praticamente identico, realizzando un’investigazione coi fiocchi. Il motivo è da ricercarsi nell’immenso tatto utilizzato nei confronti delle vittime, le quali sono supportate e seguite con professionalità.

Merritt Wever e Toni Collette interpretano le detective Karen Duvall e Grace Rasmussen.

Proprio questa presenza di casi molto simili – con pochissime prove spesso inconcludenti da far analizzare alla scientifica – è l’elemento che guida le indagini nella giusta direzione. Viene così compreso non solo che il sospettato sia a conoscenza degli aspetti procedurali, ma perfino scoperto il suo passato nell’esercito, a causa di una incauta confessione.

Le ultime tecniche di indagine forense sono la chiave della risoluzione del caso: grazie alla collaborazione della scienza, è infatti possibile estrarre del DNA umano da pochissime tracce che, sebbene non forniscano l’identità precisa da incriminare, offrono dati sulla linea genetica (principalmente maschile al momento) che conducono all’isolamento dei membri di una famiglia specifica. 

Il ritmo della serie si presenta come vario. In particolare, le scene dedicate a Marie sono più calme, quasi riflessive, dai toni cupi e indagano il suo quotidiano, la sua solitudine e le vessazioni subite, sia da persone a lei care e da sconosciuti; al contrario, le azioni delle detective Duvall e Rasmussen sono al cardiopalma, piene di ricerche sul campo e negli archivi della polizia, vibranti di colori e emozioni.

Marie in una delle scene della serie.

Questo alternarsi non stanca: al contrario, conquista lo sguardo e spinge a divorare una puntata dopo l’altra, sebbene sia evidente la pesantezza delle tematiche trattate.

Anche questo è un ottimo prodotto: nonostante siano già passati tre anni dall’uscita, la serie è estremamente attuale, degna di essere oggetto di conversazione sia per la bravura del cast coinvolto che per la girandola di emozioni che ne derivano.

Pertanto, Unbelievable dimostra come un prodotto basato sul True Crime riesca a veicolare le stesse sensazioni, anche se, formalmente, si discosta in minima parte dagli eventi reali. Vengono sì cambiati i nomi e i luoghi ma, nella sostanza, l’orrore e l’efferatezza del crimine trattato restano vividi e capaci di scavare un solco nella consapevolezza dello spettatore.

Tutto era cenere di Simone Sauza, un saggio sull’uccidere seriale

Nemmeno i saggi si astengono dal trattare come argomento principale i serial killer: è il caso dell’autore Simone Sauza, che quest’anno ha visto pubblicato con Nottetempo il suo studio dedicato all’uccisione seriale.

Tutto era cenere cita tanti celebri serial killer – Jeffrey Dahmer, Ed Gein, l’anonimo Killer dello Zodiaco, Ian Brady, Richard Ramirez, Pietro Pacciani, Ted Bundy e molti altri – e, pur non entrando nei dettagli delle loro efferatezze, ci rivela come essi siano da estrarre dalle mitologie. Le stesse che, nell’immaginario comune, si sono legate al tema da tempi immemori.

Di mitologie si parla quando vengono dipinti gli assassini seriali come uomini bianchi disadattati, incapaci di relazioni sociali proficue e con un passato di abusi ma che nella realtà dei fatti vengono smentite. Molti di loro, al contrario. hanno famiglia, sono membri attivi di una comunità, infanzie felici, fanno parte di svariati gruppi etnici. Insomma, vi è un inserimento fattuale del serial killer nella società in cui viviamo, e di cui rispecchiano la composizione demografica.

Copertina del saggio pubblicato nel 2022.

Sauza inizia e conclude il libro con due parti intitolate – rispettivamente – Catabasi prima e Catabasi seconda, dove il termine significa “la discesa dell’anima nell’oltretomba, nel mondo greco”. L’autore manifesta così la sua fascinazione verso il genere, che consiste nell’addentrarsi nella parte più oscura della psiche umana, in un’oscurità fatta di morte e violenza, capace di metterlo di fronte proprio agli stessi interrogativi posti in precedenza.

Il saggio è privo di un vero e proprio finale: non tira le somme, non fa delle conclusioni, ma sembra compiere un cerchio infinito che dall’oscurità nasce e che nell’oscurità ritorna. Pare suggerire, quindi, che il male sia compagno di avventure del genere umano sin dall’alba dei tempi.

La scrittura di Sauza è accattivante: le 235 pagine sono difficili da abbandonare durante la lettura, in quanto piene di spunti di riflessione. Dopotutto, si presta molto a essere divorato anche in un’unica seduta, e fa spesso venire voglia di appuntare pensieri a bordo pagina.

Non mancano dati positivi: le recenti statistiche rivelano che il numero dei serial killer è attualmente in calo e che solo nel quaranta percento dei casi essi rimangono a piede libero e non vengono consegnati alla giustizia. Dati che, sebbene sembrino suggerire un silver lining, non ci permettono di mettere la parola fine su questa spirale di morte inesauribile e inesaurita.

Il mostro di Alessandro Ceccherini, un romanzo sugli omicidi del Mostro di Firenze

Il primo romanzo dello scrittore Ceccherini, edito da Nottetempo nel 2022, ha come argomento il serial killer che ha terrorizzato l’Italia negli anni Settanta e Ottanta: il Mostro di Firenze.
Il numero delle vittime, quattordici accertate e due incerte, insieme a quello delle mani che hanno perpetrato gli omicidi, la storia giudiziaria e la paura generatasi nell’opinione pubblica, lo rendono uno dei più celebri eventi di cronaca nera nella storia del nostro paese.

Mario Vanni e Giancarlo Lotti sono i due rei confessi, condannati in via definitiva nell’anno 2000. Il caso di Pietro Pacciani, la cui poesia sulla bontà d’animo recitata al processo è così celebre da essere diventata un dissacrante meme, ha invece inizialmente condotto a una sentenza di assoluzione ma, dopo l’annullamento incorso in un diverso grado di giudizio, non ha condotto a un giudicato della Cassazione poiché l’imputato è deceduto nel 1998.

Il romanzo si ferma prima del processo e, come chiarito dall’autore, non vuole essere un racconto pedissequo della vicenda reale ma un’opera di finzione a esso ispirata.

Copertina del romanzo d’esordio dell’autore, pubblicato nel 2022.

Un serial killer è il male puro, è il male che c’è dentro in persone. […] anche se tu lo trovi il serial killer tu non puoi vedere dentro lui, in sua anima, e le sue parole non possono dire mai quello che lui è, perché con parole tu puoi dire solo bugie, tu inganna

Alessandro Ceccherini, Il Mostro, p. 193.

La citazione di uno dei personaggi, un americano dei servizi segreti in rapporti con la loggia massonica che compare nel romanzo e a cui appartiene uno dei due “veri” Mostri di Firenze, è una descrizione significativa di ciò che effettivamente è, e rappresenta l’omicida seriale.
Capace, in ogni tempo e in ogni luogo, di spingere a una riflessione sulla natura umana, e sull’oscurità che le appartiene.

Il libro, con le sue 508 pagine, crea fascinazione e repulsione, presentando un carosello di personaggi moralmente grigi che compiono azioni più o meno legali, le stesse che mandano avanti la trama. È, dunque, presentato un arazzo dove si intrecciano massoneria, servizi segreti nazionali e internazionali, violenza, riti e rituali, morbosità, pratiche sessuali estreme. Gli attori in scena sul palcoscenico del romanzo sono i più vari, e l’alternarsi dei loro punti di vista aumenta il ritmo della narrazione che, in alcune parti, raggiunge una sublime frenesia.

Tutto ciò scuote e travolge il lettore e si inserisce benissimo sia nel True Crime che nel Thriller tout court, sfociando alcune volte nell’Horror, a causa della scelta di declinare in prima persona in ogni POV.

Un romanzo che trascina nel marasma della narrazione anche personaggi noti e reali del “calibro” di Licio Gelli, che avviluppa in una spirale di violenza e che si interrompe con l’accusa a Pacciani, qui reso il mero capro espiatorio della vicenda.

Bouquet of Madness, il podcast tutto italiano e al femminile che incanta milioni di ascoltatori

Per concludere questa lunga trattazione è giunto il momento di occuparsi del podcast Bouquet of Madness del duo Martina e Federica, più note come La Marti e La Fred dagli appassionati ascoltatori, le quali – molto rispettosamente – nella maggioranza dei casi si ritrovano dalla parte della vittima.

Il logo del podcast di Martina e Federica, note come La Marti e la Fred dai fan.

Il nome del podcast si rifà alla citazione del monologo della follia di Ofelia nell’Amleto di Shakespeare secondo cui “Vi è senso anche nel suo delirio; pensieri e rimembranze conformi”; ad oggi le puntate, presenti in qualsiasi catalogo podcast, sono 76 e il titolo di ogni episodio corrisponde a un quesito legato al filo conduttore della puntata. Due sono le voci narranti e due sono i casi, tranne (finora) in un unico episodio speciale dedicato alla scomparsa delle due turiste olandesi Kris Kremers e Lisanne Froon.

Una prospettiva originale, così come originale è il loro modo di raccontare il True Crime: sempre presenti sono i trigger warnings, non si lesinano eventuali critiche alle forze di polizia, mentre la partecipazione emotiva è sempre presente e non vira mai sullo sciacallaggio.

Il duo predilige casi irrisolti, e ampia è la presenza di misteri italiani, spesso famosi come gli omicidi del DAMS di Bologna, la scomparsa di Emanuela Orlandi, il disastro del traghetto Moby Prince nel porto di Livorno o la vicenda della saponificatrice di Correggio, ma anche meno noti. In quest’ultimo caso, è d’uopo citare la strana morte di Wilma Montesi o il serial killer Gaspare Zinnanti, eppure non mancano perfino diverse vicende avvenute in Giappone che, senza dubbio alcuno, sono tra quelle in cui il livello di efferatezza e violenza raggiunge spesso l’apice.

Tirando le somme, dopo aver concluso la ricognizione di vari prodotti, appartenenti a media molto diverse (Serie TV, saggi, romanzi e podcast), è ora possibile evidenziare come in ognuno di essi il fruitore sia in bilico tra due emozioni molto contrastanti – quasi come due facce della stessa medaglia – come la fascinazione per questi fatti così efferati e l’orrore nello scoprire i dettagli e i risvolti più reconditi.

D’altronde, questo morboso desiderio di immergersi nei lati più bui del quotidiano, non tralasciando la vasta gamma di emozioni che nel viaggio attraversano il cuore (e spesso anche lo stomaco) di chi si avventura in questa discesa agli Inferi, è proprio l’essenza del True Crime.

Un viaggio che potenzialmente non ha mai fine ma che rappresenta, a volte, un’ancora di salvezza nel ricercare e risolvere casi più o meno freddi, rintracciando al loro interno degli schemi che rendono più fattibile la cattura dei colpevoli di tali efferatezze. Scendere nell’abisso forse è anche il modo per toccare il fondo e risalirne, tutti interi, verso la quotidianità.

ES

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