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Gli ultimi giorni di luce di Billie Scott, tra arte e crescita

Su Pop-Eye abbiamo parlato più volte di quanto sia difficile per le persone trovare il giusto mezzo di comunicazione per esprimersi. Per alcuni può essere il linguaggio, per altri la musica. Per altri ancora la pittura. E proprio la padronanza di questi mezzi di espressione può dare un’apparenza di controllo su se stessi, su quello che si vuole dire e sul mondo. Quindi ci si aggrappa disperatamente a essi e, quando ne veniamo privati, tutto sembra perdere di senso. Zoe Thorogood, con la sua graphic novel di esordio Gli ultimi giorni di luce di Billie Scott, edita da Feltrinelli, ci parla proprio di questo: paura del futuro, solitudine e amicizia.

Il suo nome è Scott, Billie Scott

Billie Scott è una pittrice. Anzi, una stacanovista della pittura. Chiusa nella sua cameretta, non fa altro che dipingere ed esercitarsi. Ed è l’unico modo in cui riesce ad esprimersi e comunicare. Tanto che evita perfino di entrare nei negozi per non parlare ai cassieri. Quindi osserva, disegna e dipinge aspettando l’occasione giusta che le permetta di esprimere al mondo quello che ha da dire.

Immola tutta la sua vita all’arte. Perfino i rapporti con i suoi genitori, che non l’hanno mai supportata nella sua crescita come artista. Billie così si ritrova a vivere in una squallida cameretta, in una casa in comune con delle persone che nemmeno conosce e che evita prontamente.

Billie nel suo elemento naturale
Il confronto con i propri genitori non è mai facile. In Gli ultimi giorni di luce di Billie Scott viene toccato anche questo aspetto.
Il confronto con i propri genitori non è mai facile. Billie lo sa bene.

Il suo duro lavoro, comunque, non è vano: infatti, guadagna l’occasione di partecipare a una mostra in una galleria d’arte londinese. L’obiettivo è quello di creare dieci opere per mostrare cosa ha da esprimere Billie Scott. Peccato che, tempo una settimana, e Billie perderà completamente la vista a causa di un distaccamento di retina.

Dopo aver appreso queste due notizie, entrambe così spiazzanti e così maledettamente ironiche, non solo Billie decide di scolarsi una bottiglia di vino, ma decide anche che è arrivato il momento di conoscere i propri coinquilini, con i quali non ha mai scambiato una parola. Ed è proprio confrontandosi con loro che sceglie di imbarcarsi in un’avventura che mai avrebbe sognato di fare da lucida: avrebbe preso il primo treno disponibile e avrebbe trovato l’ispirazione per dipingere le sue ultime dieci opere da esporre in quella benedetta mostra.

Dieci dipinti per un viaggio attraverso le persone

E così, con solo dieci tele, sketchbook, colori, pennelli e cento sterline, inizia il viaggio di Billie Scott. Un viaggio che la porterà in una Londra fatta di vicoli sudici, musica, alcool e, soprattutto, di persone.

Proprio queste ultime saranno i soggetti prediletti di Billie: la loro complessità la affascina, le mappe che i loro visi mostrano, il modo in cui comunicano e i microcosmi in cui vivono sembrano essere i soggetti perfetti da imprimere su tela. Questa scelta la porterà a incontrare nuove persone, scoprendo cose di sé e del mondo che mai avrebbe potuto conoscere nella sua cameretta nel tempo passato ad esercitarsi. E che mai avrebbe potuto catturare con i suoi colori, senza prima averle provate.

Ovviamente, questo viaggio non è fatto solo di dolci epifanie. Il distacco di retina la porta a vedere macchie nere. Più passa il tempo, più le macchie aumentano e più la sua ansia e la sua disperazione si fanno forti. In qualche modo, la sua arte si trasforma da musa liberatrice a sadica schiavista. Affronta così anche la solitudine e la paura della disabilità, cadendo in una spirale da cui sembra impossibile uscire. Ma, paradossalmente, in questo frangente la perdita della vista aiuta la pittrice ad aprire gli occhi su quella che è la società in cui vive.

Infatti, si ritrova a vivere tra Third Chance e Funland. Mentre il primo è un ostello per chi ha bisogno di una seconda possibilità (ed eventualmente anche di una terza), il secondo è la casa di alcuni senzatetto che bivaccano in una discarica abbandonata. Qui vivono personaggi pittoreschi che aiuteranno Billie e, soprattutto, che la capiranno. Prima fra tutti Rachel, una cantante di strada che vive a Funland, con una storia personale tanto difficile quanto comune.

L’autrice manipola e distorce le vignette a piacere, per comunicare le più disparate sensazioni.

Gli ultimi giorni di luce di Billie Scott Scott porta il lettore ad esplorare alcune delle realtà più difficili delle città moderne senza troppi piagnistei, retoriche spicciole o pietismo. Zoe Thorogood tratteggia così dei personaggi credibili, a cui Billie (insieme al lettore) si affeziona facilmente e che le danno la spinta necessaria per continuare a dipingere le sue ultime dieci opere.

Gli ultimi giorni di luce di Billie Scott si rivela essere un’opera d’esordio di tutto rispetto. Sa alternare momenti toccanti a quelli divertenti, con un ritmo sostenuto. Zoe Thorogood è riuscita a toccare molti temi con rispetto (come la disabilità o l’alcolismo), senza esasperarli o diventare stucchevole. Ha creato un’opera affascinante anche sotto il profilo puramente visivo. Il suo tratto organico cattura gli occhi del lettore continuamente sacrificando il realismo per una stilizzazione che risulta sempre fresca e interessante. Tanta è la sua padronanza del mezzo, che riesce a rappresentare anche canzoni e suoni con trovate iconografiche originali.

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