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Il suono dei giorni perfetti a memoria

Sin dalle origini, l’essere umano si interroga sull’esistenza. Di epoca in epoca nascono nuovi “perché” e le risposte di volta in volta cambiano, come cambiano le società. E più ci facciamo domande, meno ci avviciniamo a delle risposte. E allora, l’unica consolazione, mezzo di ricerca ed espressione insieme, diventa l’arte. Creiamo e usufruiamo dell’arte per tentare di rompere la barriera del materialismo e vedere oltre, per dare significato alle cose e toccare con mano quel “perché”. Oggi parleremo di due opere in cui esistenza è una parola chiave e di cui la ricerca – o la scoperta – di un significato è l’anima.

Il suono del mondo a memoria e Perfect Days sono rispettivamente un fumetto di Giacomo Bevilacqua, pubblicato da Bao Publishing nel 2017, e un film del regista tedesco Wim Wenders uscito nel 2023. Due opere tra loro estranee e lontane legate intimamente da un filo forse non immediatamente visibile. Potremmo osare dire che si tratta di due anime gemelle, indissolubilmente legate dal leggendario unmei no akai ito: due opere che parlano di due uomini alle prese con la vita, e che hanno in comune molto più di quanto un primo sguardo suggerisca.

Giacomo Bevilacqua, nel suo primo graphic novel, ha dato vita e colore a New York attraverso gli occhi e le fotografie di Sam, mentre Wim Wenders ha catturato gli angoli reconditi e lenti della velocissima Tokyo attraverso le istantanee in bianco e nero di Hirayama. Iniziamo da qui: due uomini, il silenzio e la solitudine come nucleo e baricentro delle loro vite in contrasto con la velocità assordante della metropoli.

You take the man out of the city, not the city out of the man1

L’uomo e la città, un rapporto conflittuale di amore e odio. In Le città invisibili, Italo Calvino le descrive come un insieme di memoria, di desideri, di segni di un linguaggio; come luoghi di scambio, non solo in senso concreto come scambio di merci, ma anche appunto di parole, desideri e ricordi. “Immagini di città felici che continuamente prendono forma e svaniscono, nascoste nelle città infelici”. Felicità e il suo contrario insieme, dunque. Lo stesso dualismo è presente nelle due opere protagoniste di questo articolo e nell’essenza dei loro personaggi, così lontani dall’essere l’immagine del cittadino esemplare eppure così connessi al luogo in cui vivono, seppur l’uno in modo permanente e l’altro temporaneamente.

La città come ricerca di risposte.

In Il suono del mondo a memoria, Sam è un giovane reporter amante dei numeri e delle regole. Per l’ennesima volta finisce a New York dopo che qualcosa nella sua vita è andato storto, – si tratta questa volta, scopriremo alla fine, di un lutto – ma nel suo ultimo viaggio, di cui siamo lettori e spettatori, lo segue il lavoro. In due mesi, Sam deve scrivere un articolo sulla città e nel farlo si pone una sfida, contro se stesso e la sua incomunicabilità, ma anche contro il mondo e la sua indifferenza: non parlare con nessuno, mai e per nessun motivo, per l’intero periodo di permanenza. L’unica altra regola autoimposta prevede che non possa mangiare più di tre volte al mese nello stesso posto, inclusa casa sua.

Con Perfect Days ci spostiamo al polo opposto del globo, e a Tokyo seguiamo la vita di Hirayama, un introverso signore di mezza età che lavora come addetto alle pulizie dei bagni pubblici di Shibuya. Una vita scandita da una meticolosa routine che rende ogni suo giorno perfetto. Nell’affollata e strepitante Tokyo, Hirayama appare come la personificazione di un rifugio quieto, un temporaneo ritorno alla lentezza e una lente sulla bellezza delle cose semplici, come il riflesso dell’alba che entra da una fessura sul muro o il giornaliero pasto caldo nel locale di fiducia. Hirayama vive la città ritagliandone gli aspetti più reconditi, semplici, quotidiani e silenziosi, conservandoli come le sue foto istantanee sino a creare un collage di momenti perfetti. In termini moderni, potremmo dire che romanticizza una vita che a chiunque altro – o meglio, a chiunque non riesca ad andare oltre il visibile e il tangibile – apparirebbe monotona e addirittura patetica.

La città, poco alla volta, si insinua nell’uomo e ne diventa parte integrante. Sam è legato a New York come Hirayama è legato a Tokyo, in una proporzione imperfetta, che ha poco di matematico e molto di umano. Hirayama è ormai cittadino da tempo, vive nella capitale giapponese da anni e conosce così a fondo la città che ha imparato a distaccarsene. O, più precisamente, ad accogliere i suoi lati meno evidenti, che sono quelli che arricchiscono la sua vita e le donano colore. Sam, invece, è un cittadino errante. Sceglie New York come meta del suo escapismo; è la città della fuga, la meta d’eccellenza per scappare dal dolore e dall’indifferenza della gente. Anche Sam conosce ogni angolo di New York, ma quello che cerca è conforto e cura, e forse una risposta che non riesce a trovare.

Sam e Hirayama, dunque, si somigliano nella ricerca della bellezza nel mondo, della quiete nel caos, della lentezza in un mondo sempre più veloce, ma divergono per il punto in cui si trovano nelle proprie vite. Sam è un giovane uomo con cui la vita non è stata generosa; dal “problema” di cui veniamo a conoscenza solo verso la fine dell’opera alla difficoltà con cui il giovane reporter si relaziona con gli altri, la ricerca della propria identità e del suo posto nel mondo non sembra ancora avergli dato la risposta che cerca. La città è il suo rifugio temporaneo, ma non la risposta. Hirayama, al contrario, porta anni di vita sulle spalle – anni probabilmente non facili, come ci viene velatamente accennato in una breve conversazione tra l’uomo e la sorella – e una forte consapevolezza. Tutto ciò che fa, la ripetizione quotidiana di ogni suo gesto e attività, non deriva da un disagio, ma da un atto di volontà che è pieno di senso. La città è la sua compagna, di cui ha imparato ad accettare i difetti e valorizzare i pregi.

Guardare oltre.

Tired of walkin’ on my own2

Hirayama, in un film che scorre lento come le sue giornate, pronuncia forse tre o quattro frasi nella prima ora della pellicola. A sopperire alla mancanza di parole ci sono altri suoni: il rumore delle foglie scosse dal vento, il clic della macchina fotografica che l’uomo usa per immortalare i suoi giorni perfetti e le canzoni anni ’60 e ’70 provenienti dalle audiocassette che allietano ogni suo viaggio in auto. Hirayama vive nel silenzio perché a volte le parole sono superflue. Non si isola nel mutismo, ma rende il silenzio parte integrante di una vita lenta, così che ogni parola pronunciata non contribuisca ad alimentare il caos della metropoli, ma sia preziosa e densa di significato.

Sam, che con la comunicazione fa a botte da sempre, vive doppiamente nel silenzio: da una parte, per volere del fato; dall’altra, in modo volontario. Diventato sordo a causa di un incidente avvenuto da piccolo, il primo ricordo di Sam – nonché unico ricordo che per lui abbia un suono – è la canzone “I’ve Grown Accustomed to Her Face” interpretata da Chet Baker. Un brano che da quel momento scandisce ogni istante della sua vita, compagno di ogni momento e di ogni sentimento.

Molti di voi provano fastidio nell’avere un ritornello incastrato in testa, anche per un breve periodo. Io, al contrario, dopo aver perso l’udito, ho vissuto la mia vita al suono di un’unica canzone, cercando di non dimenticarla più. Un unico sottofondo musicale per ogni libro letto. Un’unica colonna sonora per ogni film visto. Un’unica canzone per farmi coraggio nel mondo. Un’unica canzone nei momenti di dolore. Un’unica canzone d’amore.

Sam in “Il suono del mondo a memoria”

Costretto dalle circostanze a non sentire e a non parlare, Sam ci fa credere, sino a pochi istanti dalla fine del suo viaggio, che il suo silenzio sia unicamente frutto di una scelta, che la sua incomunicabilità derivi dalla sua incapacità di costruire relazioni durature, che sia un misantropo, che sia tutto frutto di scelte sbagliate. Forse Sam è un appassionato lettore dei filosofi esistenzialisti, e si è reso conto che la vita è davvero assurda e senza senso, che ogni uomo è straniero anche per se stesso e destinato alla solitudine. È proprio la casualità della vita di cui parla Albert Camus3 – una vita casuale ma non senza causa – la radice dell’ansia di Sam, quella che lo spinge a contare per non pensare, ad affezionarsi alle regole per simulare distacco.

silenzio si lega allora a un altro tema caro agli esistenzialisti: la solitudine. Sam e Hirayama, costantemente circondati da persone che corrono avanti e indietro per la città senza mai fermarsi, sono, in fondo, uomini soli. Anche questa volta, però, la proporzione è imperfetta e i due uomini vivono la solitudine in modi diversi.

Hirayama vive solo, e solo trascorre gran parte del suo tempo. Non si tratta di una solitudine velata di tristezza, al contrario. Il protagonista di Perfect Days, che a prima vista può sembrare isolarsi fisicamente ma soprattutto emotivamente dalle persone che gli stanno intorno, in realtà accetta la solitudine come parte integrante della sua esistenza e come fonte di significato; è un modo per esplorare se stesso e ciò che lo circonda. Hirayama è un osservatore. Nella solitudine e grazie al silenzio, riesce a cogliere dettagli dell’esistenza che alla gente comune, impegnata a perdersi nella frenesia della metropoli, sfuggono.

Silenzio

Sam, confinato nel suo mondo semi-silenzioso, per obbligo e per scelta, sembra invece incapace di sfuggire alla solitudine. Ogni tassello messo sopra ad altri per costruire una relazione alla fine si rovescia facendo crollare l’intera struttura e Sam, ogni volta, si ritrova nuovamente solo. Eppure anche lui, solo per destino, abbraccia la solitudine per scelta, isolandosi dal rumore di New York con le cuffie costantemente indossate ma non collegate ad alcun dispositivo. Il silenzio di Sam, quello auto-imposto, appare come un tentativo di ribellione: alle persone, alla vita, al mondo. E anche a se stesso.

Se soltanto potessi godere la vera solitudine,
non questa mia solitudine infestata dai fantasmi,
ma quella vera,
fatta di silenzio e
tremore d’alberi.

Albert Camus, “Caligola” (1944)

Nel loro silenzio, però, sia Sam che Hirayama trovano altri modi di comunicare e, il caso vuole, – o forse il destino – sono gli stessi per entrambi. La fotografia e la musica, per i due protagonisti, rappresentano mezzi per esplorare, interpretare e dare significato all’esistenza; per entrare in connessione col mondo e con la città e, seppur indirettamente, con le persone. La fotografia permette a Hirayama di fermare il tempo quando corre troppo veloce, di dare valore ai momenti e alle cose semplici. Per Sam, le foto sono il mezzo per capire e interpretare ciò che lo circonda, ma riflettono anche il suo desiderio di connettersi con gli altri e di esprimere ciò che non riesce a comunicare verbalmente. La musica gioca per entrambi un ruolo di connessione emotiva tra passato e presente: per Sam, che associa una canzone al suo primo ricordo, e per Hirayama, che crea la colonna sonora della sua vita attraverso le audiocassette di vecchie canzoni. Canzoni che diventano la soundtrack interiore che accompagna i due personaggi nella loro ricerca, ma anche un rifugio, un porto sicuro che riempie i momenti di solitudine e dà significato al quotidiano.

I’ve Grown Accustomed to Her Face4

Prima o poi arriva qualcosa che cambia le carte in tavola e stravolge l’esistenza. È un momento che, inaspettato, nella vita arriva per tutti, e può presentarsi sotto forme diverse: un evento, un oggetto, una persona. Nel caso dei nostri protagonisti la svolta, anche narrativa, avviene grazie a una persona. In particolare, a una figura femminile.

Sam vive New York attraverso le sue foto. Queste lo aiutano a dare un ordine ai pensieri, a tenere il tempo, secondo gli schemi e le regole da lui tanto amati. Un giorno, nel suo ordine trova una falla. Guardando le foto scattate sino a quel momento nota qualcosa di bizzarro: tutte le immagini sono accomunate da un’armonia di bianchi e neri, non fosse per un soggetto a colori che ricorre in ogni foto: una donna coi capelli rossi. Da quel momento, il senso di Sam e il suo stare a New York prendono una nuova direzione. L’obiettivo sarà trovare quella donna, capire chi è e cosa ci faccia in ogni foto scattata da Sam. E soprattutto, perché sia l’unico punto di colore in un mare di foto monocromatiche. Joan è per Sam un incontro voluto dal destino, e forse rappresenta il destino stesso. Attraverso un espediente narrativo forse lievemente prevedibile, ma non per questo meno efficace, la donna diventerà la risposta che Sam aveva cercato in ogni dove e che, alla fine, si era sempre trovata sotto i suoi occhi. Mancava solo un pezzo per azionare il meccanismo della vita, e Sam non poteva trovarlo da solo.

Tornando a casa da un tipico giorno perfetto, anche Hirayama vive un incontro inaspettato. Ad aspettarlo fuori da casa sua trova sua nipote Niko, scappata di casa dopo un litigio con i genitori. Niko vivrà a casa dello zio per qualche giorno, portando, in poco tempo, un enorme cambiamento nella sua vita. Ce ne accorgiamo subito, perché da quando arriva Niko, Hirayama comincia a parlare di più. La sua vita solitaria e la sua routine vengono interrotte da una comparsa inattesa che incoraggia un legame emotivo col passato. Grazie alla nipote, Hirayama riesce a fare pace con una parte della sua vita che forse aveva tenuto sino a quel momento in un cassetto. Ciò lo porta a riflettere su se stesso, a riconsiderare il valore delle relazioni e delle connessioni umane, risvegliando emozioni inespresse mentre le lacrime scendono a ritmo di musica. Per la prima volta, vediamo l’uomo piangere. Un’interruzione nella sua lunga serie di giorni perfetti ha portato una nuova consapevolezza nella vita di Hirayama.

Adesso è adesso.

Oh it’s such a perfect day5

Forse Il suono del mondo a memoria e Perfect Days non cambieranno le nostre vite. Magari usciremo dalla sala del cinema e per un paio di giorni faremo più caso alle ombre sui palazzi, al rumore del vento e alle persone che incrociamo per strada, per poi reinserirci di nuovo in quella routine frenetica casa-lavoro-casa aspettando agonizzanti l’arrivo del weekend. Dopo aver letto l’ultima pagina, forse guarderemo il posto in cui viviamo con occhi diversi e più attenti, per la prima volta parleremo col nostro vicino di tavolo al bar e scopriremo che assomiglia un sacco a noi, per poi chiuderci di nuovo in noi stessi.

Eppure, a volte ci ricorderemo di quel libro che ci ha emozionato e di quel film che ci ha fatto desiderare una vita più lenta, e ci verrà voglia di rileggerlo e rivederlo. E magari guarderemo più palazzi, parleremo con più persone, rallenteremo un po’ più a lungo. E l’ufficio ci sembrerà meno grigio, il sole un po’ più luminoso, le persone più amabili.

E forse, prima o poi, riusciremo a vivere un giorno perfetto.

Just a perfect day
Problems are left to know
Weekenders all night long
It’s such fun
Just a perfect day
You make me forget myself
I thought I was someone else
Someone good

Perfect Day, Lou Reed

LDC


NOTE:

1 Verso della canzone End of beginning di Djo. “Puoi togliere l’uomo dalla città, ma non la città dall’uomo”, perché New York e Tokyo diventano parte integrante di Sam e Hirayama. Anche se i due lasciassero la città, questa rimarrebbe dentro di loro.

2 Verso della canzone (Walkin’ Thru the) Sleepy City dei Rolling Stones, parte della colonna sonora del film.

3 Citiamo il filosofo francese Albert Camus, il cui pensiero ci sembra si leghi inesorabilmente ai temi delle due opere trattate in questo articolo: silenzio, solitudine, esistenza umana, ricerca della felicità e della libertà, ribellione all’assurdo.

4 Titolo della canzone di Frederick Loewe e Alan Jay Lerner. È il brano di cui parla Sam, il suo primo ricordo nella versione strumentale interpretata da Chet Baker.

5 Verso della canzone Perfect Day di Lou Reed.


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