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Eleanor Oliphant sta benissimo: un’analisi a rovescio

il personaggio di Eleanor Oliphant nasce dalla penna di Gail Honeyman. Diventa poi romanzo, edito in Italia da Garzanti nel 2018, con il titolo di “Eleanor Oliphant sta benissimo”. E da lì, nel giro di pochi battiti di ciglia e citazioni sparse per la rete, è diventato una piccolissimo caso letterario.

Gail Honeyman, l’autrice.

Parlare di un bestseller, soprattutto se si tratta di un’opera prima, non è però per niente una faccenda semplice. Il lavoro inizia proprio dalla lettura, perché bisogna mettere in stand-by aspettative ed eventuali timori da “molto rumore per nulla”, per essere pronti ad accogliere ogni messaggio contenuto nelle pagine. Sempre che ce ne siano, ovviamente.

A dirla tutta, una volta passati dalla lettura alla redazione dell’articolo, si va incontro a un altro tipo di difficoltà, quella data dal dover decidere se optare per un pezzo incentrato sulla struttura narrativa, oppure uno che parta “dall’interno” prediligendo tutto il pacchetto del “non detto”, il mondo sommerso in cui risiedono le emozioni che l’autore vuole trasmettere al lettore, le stesse che animano i personaggi. È alla fine di questo viaggio a rovescio che si trova risposta per ogni elemento, anche quello più audace; e solo lì si può, finalmente, impugnare la penna.

Tutto questo per dire che sì, nel corso di questo articolo ci diletteremo in una recensione “sottosopra”, entrando nel mondo nascosto di Eleanor Oliphant per scoprire se è proprio vero che sta benissimo come è scritto, nero su bianco, nel titolo del romanzo.

E voglio un pensiero superficiale che renda la pelle splendida

In questo modo mi sarei dissolta assumendo l’aspetto di una donna qualunque. Non mi avrebbero più fissato. L’obbiettivo, a conti fatti, era camuffarmi con successo da donna umana

Eleanor Oliphant sta benissimo

A un certo punto della sua vita di trentenne, Eleanor Oliphant realizza che forse non basta più ignorare il mondo fuori per impedire alle persone di toccarla. Se i coinquilini e i dirimpettai del suo condominio avevano bisogno di uno stivaletto con il tacco per lasciarla in pace, tanto valeva spendere quei soldi e fare un salto nel primo negozio vicino l’ufficio.

Un comportamento di questo tipo, soprattutto se inserito in un contesto di una vita piatta e abitudinaria che conduce la protagonista, può essere inserito nella lista delle “teniche di mimetizzazione” che contraddistinguono la smiling depression studiata da Olivia Remes, docente dell’università di Cambridge.

Appiccicarsi un sorriso con lo scotch is the new happiness.

Con l’espressione smiling depression, infatti, si vuole intendere quel meccanismo di difesa, adottato da molte persone che soffrono di depressione, che trova nel “sorriso finto” il segreto per rimandare al mondo esterno una felicità e una serenità che non esistono; e, quindi, per restituire un’immagine di sé completamente diversa da quella reale.

Il volto un palinsesto di fuoco. Un naso troppo piccolo e occhi troppo grandi. Orecchie: niente di eccezionale. Altezza più o meno nella media, peso approssimativamente nella media. Aspiro alla medietà..Sono stata al centro di fin troppa attenzione in vita mia.Ignoratemi, passate oltre, non c’è nulla da vedere qui.

Ivi

In un certo senso, è questa la “strategia” che decide di adottare l’io narrante nel corso delle pagine, cioè quella di sottoporsi a un processo di “normalizzazione” esteriore per riprendersi il diritto di essere strana. Si perché quella della nostra Eleanor non è depressione, ma incapacità di stare al mondo. I suoi trent’anni si sono appiccicati sulla sua schiena allungandole ossa e capelli, ma la sua anima è rimasta bloccata a quando la sua vita si è fermata; e da quel momento è stato tutto un susseguirsi di giorni da funambola per cercare di sopravvivere.

Galeotto fu lo stivaletto…

Quello che per Eleanor Oliphant era un piano perfetto per sconfiggere il mondo sovvertendolo dall’interno, nel corso delle pagine, si rivela essere invece l’inizio di una serie di piccole rivoluzioni inconsapevoli di cui si rende protagonista la nostra atipica eroina.

Durante una serata tra colleghi, infatti, posa il suo sguardo sul cantante del gruppo che si sta esibendo sul palco e decide su due piedi che quello è l’uomo della sua vita: di sicuro ha tutte le qualità giuste e perché poi una signorina perbene, come le ripeteva sempre sua madre, doveva trovare un uomo adeguato per sposarsi ed essere felice.
Dopo aver maturato questa decisione, ogni suo gesto, compreso quello di appostarsi dietro la porta del suo ignaro promesso sposo, diventa parte del percorso che la porterà al loro primo incontro romantico, quello che sancirà l’inizio della loro storia e della consacrazione di Eleanor nel mondo delle persone normali e felici.

Come nel caso precedente, ci ritroviamo di fronte ad un comportamento riconducibile a un’alterazione della sfera emotiva, un pattern che viene spesso adottato dalle persone che si dividono tra il desiderio di vivere tutte le emozioni tipiche di una relazione amorosa e il terrore di viverle davvero. Il motivo è che amare significa, tra le altre cose, aprirsi a chi è altro da noi; e lo sanno tutti che i mostri personali non vedono l’ora che si generi uno spiraglio, per uscire allo scoperto e mettersi a fare casino.

Facciamo però ancora un po’ gli avvocati del diavolo e chiediamoci se, anche questa volta, è davvero un caso da manuale di psicologia. Tra elucubrazioni folli e impacciati approcci alla vita reale, durante i quali l’autrice ci svela quanto misticismo può nascondersi in una ceretta in stile Hollywood, la protagonista dimostra che la sua paura di amare non sia figlia di un percorso inconsapevole, bensì il frutto di un compromesso invisibile che diventa una cicatrice sul viso.

La vita è quello che ti accade mentre sei occupato a fare altri progetti

Dal trascorrere i fine settimana bevendo vodka per far ubriacare anche il tempo, palleggiando con le ore che la separavano dal ritorno alla normalità, Eleanor Oliphant si ritrova a vivere addirittura due vite. La prima è quella che lei stessa ha pianificato a tavolino per portare a termine il suo progetto amoroso; la seconda invece è quella vera, che le passa accanto con un tocco così delicato da non farle capire che stia accadendo per davvero e che, piano piano, arriverà dove non è mai arrivato nessuno. In quel luogo marchiato a fuoco con un cartello “divieto di accesso. Anche per lei stessa.

Se già state pensando alla versione prostata-munita della donna angelica, o a un principe azzurro con il cavallo bianco parcheggiato sotto casa, siete fuori strada. Si perché per Eleanor Oliphant, questa seconda vita che lavora alla chetichella si chiama Raymond, indossa improbabili t-shirt e fa il tecnico informatico nella sua stessa azienda.

La nostra protagonista però è troppo concentrata a programmare il suo futuro roseo per rendersi conto che la vita vera è fatta di bucato da piegare, inviti a cena nati dal puro desiderio di condividere e di verità dette fuori dai denti. Perché, incredibile ma vero, anche una persona che si sente niente può essere importante per qualcuno.

Ci vorranno svariate pagine prima che Eleanor si renda conto di questa seconda esistenza completamente inaspettata; ma da quel momento in poi, come spesso accade dopo una folgorazione, le rivoluzioni saranno molto meno discrete e decisamente più consapevoli.

Engine number 9

Ricordate quando, all’inizio di questo articolo, avevamo parlato di come le risposte sarebbero arrivate solo alla fine del viaggio nel non detto del libro? Bene, quel momento è arrivato.

La scelta di procedere con un’analisi dall’interno verso l’esterno nasce come risposta alla tecnica adottata dall’autrice, ovvero quella dell’unreliable narrator, o narratore inattendibile, molto utilizzata nel genere “giallo” (anche nei videogiochi, e ne abbiamo parlato qui), e caratterizzata da una struttura volta a conferire allo svolgimento della storia confusione ed incertezza. Il fine è di intensificare il coefficiente di pathos di ogni parola, facilitando la creazione di quella simbiosi tra lettore e personaggio che eleva il tutto a esperienza intima e profonda.

Anche la scelta delle parole, affidata a Stefano Beretta nella traduzione italiana, procede a braccetto con la tecnica narrativa, accompagnando il lettore sui binari di scambio linguistici, ovvero quei momenti in cui la prosa passa dall’essere una sorta di cronaca delle giornate “vissute” dalla protagonista, al racconto accorato di una persona sofferente.

Spero che i nuovi inquilini saranno felici qui, lasciando qualche traccia d’amore tra queste mura, nei pavimenti e nelle fessure attorno alle finestre per gli abitanti che verranno. Io non ho lasciato nulla. Io non sono mai stata qui.

Ivi

Ed è solo quando i grovigli narrativi si districano e vengono rivelate le risposte, che tutti gli espedienti narrativi, anche i meno azzeccati, trovano senso. È solo a quel punto che il personaggio di Eleanor Oliphant prende definitivamente corpo, dopo circa trecento pagine pregne di non detto.

Tra le insidie dell’appartenere al circoletto privato dei best-seller, però, non c’è solo quello di far passare un brutto quarto d’ora a chi decida di analizzarne uno, ma altresì il venire a patti con un certo tsunami mediatico. Insomma, è difficile rapportarsi a un realtà che si muove dall’altarino votivo in onore dell’autrice per aver spalancato tutti i chakra ai lettori, al veder troneggiare il titolo del libro sul numero di agosto di Donna Moderna, come la lettura perfetta da fare sotto l’ombrellone.

Domandarsi dove si collochi il vero in tutto questo è piuttosto lecito e la risposta, come accade praticamente sempre, sta nella profondità dell’intreccio che si crea tra parole scritte, parole non dette e l’emotività del lettore. La versione evoluta di “La bellezza sta negli occhi di chi guarda”, per farvela breve.

Io sto bene, io sto male, io non so come stare

Ora che abbiamo attraversato il personaggio di Eleanor Oliphant passando dalla sua anima per arrivare alla sua faccia, cosa possiamo dire di lei? Che sta benissimo come recita il titolo?

Brunori Sas, nel suo brano “La verità”, canta che il dolore è necessario proprio come la felicità, e che morire serve anche a rinascere. Ecco, forse si nasconde proprio qui la formula segreta per capire come sta davvero la nostra versione distopica di Amelie Paulain.

Distopica Amelie o solo Eleanor Oliphant?

Eleanor Oliphant ha trascorso quasi tutta la sua esistenza a raccontarsi di stare benissimo. Si è inventata una normalità tutta nuova con l’illusione di continuare a nascondersi e non si è accorta di aver invece permesso alla vita di creare un finale alternativo. Eleanor è caduta, dal divano e in se stessa, quando il suo sogno si è frantumato a terra, e il tonfo ha fatto crepare tutti i cocci di vita vissuta che aveva rattoppato con lo scotch.

Il buco che le si era riaperto nel cuore avrebbe potuto ucciderla, ma la narrativa è stata salvifica, riuscendo a edificarne l’inconscia rinascita. Decide di dire addio a quella madre che era ormai solo nella sua testa e negli articoli di cronaca, creata dai suoi stessi demoni; altro non era che un peso, incapace perfino di farle alzare le braccia. E anche quando, per accontentare una preghiera di Raymond, decide di andare da una psicologa, non si rende conto che quello non è l’inizio della rivoluzione ma la prova che la rinascita fosse già iniziata proprio nel momento in cui, contro ogni previsione, aveva deciso di soccorrere un anziano signore svenuto per la strada.

Insomma, alla fine di questo libro Eleanor Oliphant non sta ancora benissimo.
Ma finalmente ci sta provando e forse, in un libro invisibile che non sarà mai scritto, ci riuscirà pure.

SL

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