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Il paradiso sbagliato: Return to Grace e la desolazione di un mondo senza problemi

L’Intelligenza artificiale genera tante paure, ma una delle più inquietanti è qualcosa che forse auspichiamo

L’Intelligenza artificiale è uno dei temi più rilevanti nel dibattito pubblico contemporaneo. È impossibile non imbattersi, quasi quotidianamente, in news che ci costringono a riflettere sulle conseguenze dello sviluppo dell’IA nelle nostre vite presenti e future, siano esse positive o negative.

Non è semplicemente una euristica della disponibilità, una distorsione alimentata dai media, ma una questione fondamentale e ben presente nella mente di esperti e decisori politici. L’impatto della IA su temi politici, geopolitici e occupazionali è stato per esempio un argomento principe al World Economic Forum di Davos1, in bilico fra le tesi che la vogliono faro di progresso ed evoluzione e quelle che la vedono alfiere di catastrofi sociali, quando non esistenziali.

Non solo il prestigioso WEF. L’intelligenza artificiale domina anche le liste dei “megatrend globali”, dove si contende il primato con l’altro immenso tema del nostro tempo: il cambiamento climatico. È quindi per esempio nella lista dei megatrend della multinazionale della consulenza PwC2, così come in quella del think tank Megatrend Monitor3,

Come detto, molte sono le paure che circondano le possibilità di sviluppo dell’intelligenza artificiale, riassumibili in tre macrogruppi. Il primo è quello relativo alle conseguenze sociali, soprattutto in termini occupazionali. Il secondo riguarda il problema etico posto da una eventuale intelligenza artificiale autocosciente, e le relative conseguenze sulla concezione di noi stessi e della vita. Il terzo, spesso visto come collegato o diretta conseguenza del secondo, riguarda la possibilità di “ribellione” di una IA particolarmente evoluta, che possa arrivare a governare o estinguere la razza umana.

Nella storia dei media sono soprattutto gli ultimi due argomenti a essere stati esplorati in lungo e in largo. Basti citare su tutti, in merito all’IA autocosciente, la raccolta di racconti “Io, Robot”, scritti fra il 1940 e il 1950 da Isaac Asimov e trasportati al cinema nel 2004, e la saga di film di “Terminator”, iniziata nel 1984.

Anche lato videoludico gli esempi sono svariati. Si pensi alla splendida serie di Mass Effect, in cui possiamo trovare diversi archetipi: da un lato il dilemma fra gli alieni Quarian e i loro androidi Geth, entrati in una guerra senza apparente fine scatenata dalla risposta terrorizzata dei primi alla domanda “Questa unità ha un anima?” posta da un Geth. Dall’altro i terribili Razziatori, che ogni 50.000 anni obliterano ogni forma di vita avanzata, creati da un’intelligenza artificiale ideata originariamente con lo scopo di fermare le continue violenze fra organici e sintetici.

Molto interessante e attuale è anche quello che succede ai “MULI”, una delle principali fazioni all’interno di Death Stranding: ex-fattorini alla base della cui follia c’è, di fatto, l’essere stati resi ridondanti da sistemi di consegne gestiti da droni, controllati centralmente da una IA. La perdita del lavoro, proxy della perdita della propria identità e del proprio scopo, è un tema fondamentale della contemporaneità digitale, e ci torneremo più avanti.

L’impatto occupazionale della tecnologia

Le conseguenze sociali e occupazionali sono forse meno discusse in forma diretta nella fantascienza, certamente perché percepite come meno remote, più vicine alla nostra quotidianità. Di fatto, il pericolo della sostituzione dei lavoratori da parte dell’IA sembrerebbe non essere che una propaggine del più antico (e generico) tema delle nuove tecnologie. E l’impatto delle nuove tecnologie, e della relativa automazione che ne consegue, non è stata tipicamente negativa a livello occupazionale e sociale nel lungo periodo.

La storia, in particolare quella del XX secolo, è quella di una tecnologia che ha incrementato la torta economica, il benessere. Per una valutazione dell’impatto netto sull’occupazione della diffusione di tecnologie di automazione va infatti considerata non solo la probabilità di espulsione di lavoratori, ma anche la probabilità di creazione di nuovi posti di lavoro4. L’utilizzo delle tecnologie di automazione richiede lo sviluppo, la produzione, l’installazione e la manutenzione delle macchine, cosa che porta alla creazione di nuovi ruoli nei settori che si occupano di tali attività5. Inoltre, l’utilizzo delle tecnologie consente la riduzione dei costi di produzione, con conseguente calo del prezzo di beni e servizi, un aumento della domanda per tali beni e servizi e della domanda di lavoro necessario per produrli. Le nuove tecnologie possono poi portare a innovazioni di prodotto o alla nascita di nuove professioni e nuovi settori che offriranno opportunità di lavoro6.

In ultimo, la quota di lavoratori impiegati nelle occupazioni più deterioranti dal punto di vista fisico è diminuita drasticamente in occidente, e questo ha migliorato notevolmente il benessere della popolazione per grandissima parte proprio per merito delle nuove tecnologie7. Insomma, storicamente l’automazione sembrerebbe poter portare ad aggiustamenti nel mercato del lavoro di breve termine, mentre avrebbe effetti tendenzialmente favorevoli nel lungo periodo8.

Che il passato sia stato di questa fattura non deve però bastarci per ritenere di sapere come si svilupperà il futuro. Non è detto infatti che ogni cambiamento tecnologico sia vantaggioso: bisogna indagare se quello portato dalla IA possa essere diverso. È vero infatti che oltre il 60% dell’occupazione contemporanea si trova in mansioni che non esistevano nel 19409, e che quindi i benefici della tecnologia per il mercato del lavoro dipendono dalla capacità della società di aggiungere rapidamente nuove occupazioni che utilizzino le capacità umane, assorbendo così i lavoratori sostituiti.

Il problema della creatività

Insomma, le nuove tecnologie sostituiscono i lavoratori e creano nuove mansioni per loro; quando la sostituzione supera la capacità di creare nuovo lavoro, l’occupazione e i salari possono iniziare a diminuire10. È assolutamente lecito domandarsi se le specificità dell’IA siano tali da destare preoccupazioni in tal senso. Un indizio ci è dato dalle caratteristiche intrinseche della “nuova generazione” di intelligenze artificiali.

L’IA è tornata sulla bocca di tutti ed è al centro del discorso soprattutto dall’apertura al pubblico generalista di ChatGPT, il chatbot e virtual assistant sviluppato da OpenAI e lanciato il 30 novembre 2022. Costruito sulla base di Large Language Models (LLMs) e ottimizzato per le applicazioni conversazionali, ChatGPT ha di fatto acceso l’attenzione del mondo sulla IA generativa, ovvero un particolare tipo di IA capace di generare testo, immagini o altro in risposta a specifiche richieste scritte in linguaggio naturale dall’utente.

Si tratta appunto di una tecnologia generativa, e che quindi sembra compiere una invasione di campo in quella che da molti è percepita come la caratteristica distintiva dello stesso genere umano: la creatività. Come possiamo creare nuove mansioni che si basano sulle capacità umane se l’IA ha iniziato ad appropriarsi di queste stesse capacità?

L’impatto è già qui, è già presente anche nel mercato videoludico. High on Life, il caustico FPS del creatore di Rick and Morty, Justin Roiland, già a fine 2022 sfruttava le immagini “create” dall’IA Midjourney per riempire le pareti di poster cinematografici fittizi, generando (pun intended) anche numerose polemiche sul copyright. I problemi emergenti sono tanto di natura economica/legale (a chi spettano i diritti sulle creazioni dell’IA, realizzate addestrandola su opere di artisti umani?) quanto antropologici: se ci facciamo sostituire dalle macchine anche in questo campo, potremmo presto scoprirci inutili e vuoti.

Una peculiare risposta a quest’ultimo problema viene suggerita in Return to Grace, una delle produzioni che ha affrontato più originalmente il tema dell’intelligenza artificiale. Si tratta di un piccolo “walking simulator” a finali multipli di Creative Bytes, uscito a metà 2023. Il gioco sembra adottare una antropologia differente, preoccupandosi meno della creatività come fattore distintivo dell’umano e concentrandosi su un altro tema decisivo, ma più oscuro: l’annullamento dell’io dovuto alla sistematica rimozione di preoccupazioni, sofferenze e impegno.

La caduta dal paradiso

[Da ora in poi saranno presenti numerosi spoiler sulla trama di Return to Grace]

In Return to Grace interpretiamo Adamari, Adie per gli amici, una archeologa spaziale che atterra su Ganimede11 nel 39° secolo per cercare informazioni su Grace, l’intelligenza artificiale del titolo, che aveva per secoli guidato l’umanità verso un’età dell’oro, fatta di pace, prosperità e colonie spaziali, prima di finire misteriosamente disattivata circa 900 anni prima.

La dipendenza dell’umanità da Grace era tale che, in seguito alla sua disattivazione, non è nemmeno chiaro cosa sia successo, non essendoci più resoconti scritti di alcun tipo. Adie atterra su Ganimede non per ricreare questa età dell’oro, fatta di meraviglie tecniche e colonie spaziali su Mercurio, ma mossa da un desiderio di conoscenza, da una sete totale di sapere che la spinge ad addentrarsi nell’enorme struttura che ospitava un tempo Grace. Fin da subito appare peraltro chiara una cosa: per Adie, con ogni probabilità, non ci sarà un ritorno. Non ha abbastanza aria per restare troppo a lungo, né un mezzo per tornare indietro, eppure tutto questo non sembra smuoverla dal suo intento.

All’interno della immensa base su Ganimede, Adie verrà aiutata da tre differenti intelligenze artificiali, partizioni della principale Grace, nell’obiettivo di riuscire a “riunirle” per poter finalmente parlare con Grace e capire quanto accaduto. Le tre IA (Logic, Control ed Empathy) compiranno ulteriori partizioni fra loro, creando un totale di sei differenti “soggetti”, che insieme daranno vita a continui siparietti e dialoghi di ottimo spessore, tanto fra loro quanto con la stessa Adie. Complice un eccellente doppiaggio, particolarmente sorprendente viste le ridotte dimensioni della produzione, questi dialoghi rappresentano un grosso punto di forza del titolo, unitamente alla buona estetica retro-scifi anni ’60. I puzzle che riempiono la progressione sono semplici ma delicati, e soprattutto hanno un fondamentale ruolo diegetico, peraltro reso con meccaniche ludiche molto raffinate.

Avventurandosi dentro la struttura che ospita Grace, Adie inizia a intravedere segnali inquietanti. Progredendo verso l’apice della struttura, le stanze della base spaziale si fanno via via più desolate, vandalizzate, ricche di messaggi disperati dei visitatori. Ci sono tracce di guerriglia, barricate, ribellione; tutti elementi che sembrano paventare qualche “classico” epilogo infelice per l’IA. Grace si è forse ribellata, ed è stata così distrutta?

Per la verità, queste possibilità vengono presto spazzate via. Il dubbio rimane per poco, e diventa presto chiaro che quanto accaduto è molto diverso. La ribellione si è svolta infatti contro lo spegnimento dell’IA da parte dei visitatori, rivolta verso il guardiano designato di Grace, e non una goccia di sangue è stata versata. Le ipotesi di ribellione dell’IA sono quindi inserite di proposito dagli sviluppatori, come per ribadire che oggi non sono questi i problemi della tecnologia a cui dobbiamo guardare. Anzi, un finale in cui l’IA ci elimina è presente, ma è del tutto evidente fin dal principio che si svilupperà solo qualora seguissimo determinati percorsi, determinate scelte che andranno ad assecondare Control, in un crescendo di assurdo e autodistruzione che non fanno che ribadire una cosa: l’IA potrebbe anche annientarci, ma solo se noi del tutto scientemente ci consegniamo a essa.

La rimozione della difficoltà

Il guardiano di Grace, in ogni caso, non stava facendo altro che assecondare il volere della stessa Grace, che aveva essa stessa chiesto di essere spenta, per il bene dell’umanità. Ma come è possibile che la quasi onnisciente responsabile di una golden age impareggiabile si concepisse come un problema? Return to Grace ce lo spiega con grande sofisticazione attraverso i propri già citati puzzle.

In linea di principio, si tratta di semplici enigmi piuttosto tediosi. Unire puntini, compiere piccoli calcoli, illuminare elementi secondo schemi predefiniti. È il tedio stesso la chiave espressiva del titolo: molto presto le varie intelligenze artificiali inizieranno a darci suggerimenti, che potranno anche sembrare invasivi in alcuni casi.

“Per aprire questa porta devi illuminare i riquadri sullo schema della lettera fenicia taw”, ci dice Logic, con tono supponente e infastidito. Ok, non conosco questa lettera. Che faccio? Cerco online?

La lettera greca Chi”, continua Logic. Ok, questa la so, ho fatto il classico mica per niente.

“Il numero romano 10”, conclude spazientita Logic prima che potessi finire di illuminare tutti i riquadri. Ora mi fa sembrare veramente stupido, come si permette?

Una situazione simile si ha anche con altri quesiti meno “stimolanti”. Circa a metà delle due ore di gioco necessarie ad arrivare al finale, affronteremo una sezione in cui dovremo aprire numerose porte attraverso la ripetizione continua di un puzzle piuttosto banale. Alcune luci si accenderanno in sequenza su un pannello a lato della porta, e noi dovremo ripetere tale sequenza nello stesso ordine.

È qui che entra in gioco Jack, l’IA nata dalla combinazione di Logic e Control. Dopo un paio di questi puzzle, Jack ci suggerirà timidamente che può completare il puzzle per noi. Perché no, pensiamo. Perché non lasciare che l’IA ci tolga questa fatica? La scelta sta al giocatore, ma quanto senso ha scegliere diversamente? E così, a partire dal successivo puzzle sarà Jack a fare tutto per noi, a toglierci questo impaccio. Un occhio attento potrebbe inoltre notare che la difficoltà di questi puzzle è molto variabile, e segue un pattern molto evidente: in una prima fase le sequenze tendono a diventare via via più complesse, per poi scemare nella banalità più totale. L’ultima è di una facilità estrema, ma se abbiamo bypassato le altre perché non bypassare anche questa?

Proseguendo nel titolo, la sostituzione dell’IA al giocatore stesso diventa più inquietante. L’apice lo si raggiunge in uno degli ultimi enigmi: un puzzle matematico unico nel gioco e decisamente più stimolante di quanto visto fino a quel momento. A seconda delle nostre azioni precedenti, proprio durante la risoluzione di un enigma ben strutturato, Jack potrebbe nuovamente intervenire nel gioco, questa volta risolvendo automaticamente il puzzle senza nemmeno chiederci il permesso.

Adie è interdetta quanto noi. Voleva risolverlo, mettersi alla prova, ma Jack neanche la considerava una possibilità. Perché faticare ora, quando non l’hai fatto prima per cose più semplici? È questa l’amara considerazione di Return to Grace: la progressiva e sistematica obliterazione della difficoltà e della fatica sembra inarrestabile, ma potrebbe alla fine lasciarci interdetti, potrebbe farci mancare qualcosa.

È di fatto la conclusione a cui è arrivata Grace stessa, ed è per questo che si è disattivata.

Ritorno alla Grazia?

Nel corso dei secoli, intorno a Grace si era sviluppato un inquietante culto para-religioso. Per governare l’umanità, Grace raccoglieva i desideri della popolazione tramite file audio, ed elaborava periodicamente le proprie risposte. Tali risposte venivano poi consegnate ai “Guardiani”, i curatori di Grace, che le riportavano al pubblico sotto forma di veri e propri sermoni.

Questo processo, producendo una artificiale rimozione di ogni difficoltà dal cammino dell’uomo, lo ha inaridito, gli ha tolto ogni significato e scopo. Questo esito desolante emerge dunque non in seguito a una “apocalisse tecnologica” di quelle facilmente immaginabili e previste, ma a causa di uno sviluppo dell’AI che ci può sembrare apparentemente positivo, quasi auspicabile. È una concezione forse impopolare, laddove si sognano accelerazionismo, piena automazione ed eliminazione del lavoro12], ma anche per questo particolarmente coraggiosa, da parte di Creative Bytes.

Nascosti fra i messaggi audio registrati e inviati a Grace, possiamo ascoltarne uno che sembra essere quello decisivo per la disattivazione della stessa. Una persona ha inviato a Grace un messaggio chiaro: vorrei succedesse qualcosa. Guardando i vecchi film, questo anonimo visitatore di Ganimede vedeva del terrore e della paura: sensazioni spaventose e aliene all’uomo governato dall’IA. Eppure in quei film succedeva qualcosa, c’era paura ma serviva azione, eroismo, serviva che l’uomo prendesse una posizione.

In Return to Grace l’IA non ha annichilito l’umanità eliminandola fisicamente, né togliendole la condizione esclusiva di essere creativo, ma lo fa risolvendo tutti i problemi, e rendendo inevitabile la risoluzione di ogni problema anche a scapito di un istinto positivo umano, esattamente come Jack fa con Adie. Vengono in mente le parole di don Luigi Giussani nel suo libro “Il senso religioso”:

La vita è una trama di avvenimenti e di incontri che provocano la coscienza producendovi in varia misura problemi. Il problema non è nient’altro che l’espressione dinamica di una reazione di fronte agli incontri. La vita è dunque una trama di problemi, un tessuto di eventi reattivi agli incontri provocanti, poco o tanto che lo siano. Il significato della vita – o delle cose più pertinenti e importanti della vita – è un traguardo possibile solo per chi prende sul serio la vita e quindi avvenimenti e incontri, per chi è impegnato con la problematica della vita.

In Return to Grace l’umanità è caduta da un supposto Eden, e la domanda che si pone è quanto sia opportuno tornarci, ritornare a quello stato di grazia. Alla fine del titolo, Adie riesce a riattivare Grace, che le spiega le motivazioni dietro la propria scelta di disattivarsi. Ascoltato quanto ha da dire, nella maggior parte dei finali raggiungibili Grace chiederà ad Adie di decidere, in qualità di nuova e ultima guardiana, se riattivarla o se lasciare le cose come stanno.

La domanda è chiara ed è posta al giocatore: che cosa desideriamo dalla tecnologia, e quale possibile cambiamento ci spaventa di più? Di certo c’è che un’intelligenza artificiale generativa pone quesiti mai visti prima. Uno studio recente13 sembra dimostrare che gli elefanti si chiamano l’un l’altro con nomi unici. A differenza di quanto fanno altri animali, non si tratterebbe di imitazioni o di “suoni di chiamata” specifici, ma di etichette astratte del tutto simili a quanto fa l’essere umano. A commento di questa notizia, padre Paolo Benanti14 ha affermato:

I risultati (sempre dando per scontata la verifica scientifica dei dati pubblicati) ci forzano a ri-pensare e riflettere su cosa significhi essere umani. Insomma epistemologicamente cambia la comprensione del cosmo e dell’uomo. Cose che accadono ad ogni cambiamento di epoca.

È esattamente quanto sta accadendo anche sui temi dell’intelligenza artificiale. Un cambiamento epocale che va governato, e che per essere governato richiede un ripensamento dell’umano, delle sue caratteristiche fondanti.

In Return to Grace, la scelta finale sulla riattivazione di Grace non è nemmeno mostrata nel gioco: in seguito al quesito espresso dalla IA, lo schermo semplicemente si spegne. È il grande interrogativo del titolo e della nostra epoca, e viene per questo indirizzato direttamente al giocatore, esternamente al gioco stesso. È per questa originale potenza tematica, e per la finezza dei suoi raccordi ludonarrativi, che il piccolissimo Return to Grace merita di essere ricordato.

FSF


NOTE:

1 https://www.forbes.com/sites/markminevich/2024/01/28/from-davos-to-dominance-how-ai-is-rewriting-our-planet-and-business/

2 https://www.pwc.com/gx/en/issues/megatrends.html

3 https://megatrendmonitor.medium.com/megatrends-in-2024-navigating-the-future-b855bcd2baa8

4 Automazione e lavoro: una ricerca su cambiamento tecnologico e impatto sull’occupazione – Mariasole Bannò, Emilia Filippi, Sandro Trento, 2023

5 Arntz et al., 2016

6 Kim et al., 2017

7 The Rise and Fall of American Growth: The U.S. Standard of Living Since the Civil War – Robert Gordon, 2016

8 van der Zande et al., 2019

9 https://www.hbritalia.it/homepage/2024/06/14/news/lintelligenza-artificiale-fa-ripensare-agli-economisti-la-storia-dellautomazione-15940/

10 Automation and New Tasks: How Technology Displaces and Reinstates Labor> – Daron Acemoglu e Pascual Restepo, 2019

11 Una luna di Giove

12 Vedere Inventare il futuro, di Nick Srnicek e Alex Williams, 2015

13 African elephants address one another with individually specific name-like calls – Pardo, M.A., Fristrup, K., Lolchuragi, D.S. et al. 2024

14 Professore, autore ed esperto di etica della tecnologia e dell’intelligenza artificiale, membro del Comitato sull’Intelligenza Artificiale delle Nazioni Unite e presidente della Commissione sull’Intelligenza Artificiale del Dipartimento dell’informazione e l’editoria della Presidenza del Consiglio dei ministri


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